giovedì 11 gennaio 2018

È senza dubbio un positivo segnale di attenzione e considerazione nei confronti dell’Italia quello lanciato da Emmanuel Macron con la proposta di un "Trattato del Quirinale" che, sulla falsariga del celebre "Trattato dell’Eliseo" firmato da Francia e Germania nel 1963, consenta un maggior coordinamento delle politiche dei due Paesi. Il presidente francese sta reagendo da par suo, con indubbio attivismo e "ritmo", all’evidente tendenza allo sfarinamento del quadro europeo. Un’involuzione che è ingigantita dalle incertezze sul futuro politico della Germania e che è intollerabile di fronte alla deriva americana e all’assertività russa. L’Europa si trova infatti di fronte a due prospettive: di crescente irrilevanza internazionale per l’incapacità di assumere concrete posizioni comuni, soprattutto in ambiti e aree dove i rischi sono maggiori (Medio Oriente e Africa subsahariana, migranti, sicurezza delle frontiere) e di bicefalismo, con il gruppo dei Paesi mitteleuropei che tira in una direzione diversa rispetto alle posizioni, peraltro sovente statiche, del club dei vecchi soci fondatori. Sullo sfondo, solo per ricordarlo, c’è la questione della Brexit, le cui conseguenze sulla Ue sono tutt’altro che evidenti.

Si spiega così, l’accordo di "superintegrazione" tra Francia e Germania, che verrà ratificato dai Parlamenti francese e tedesco, su una serie di questioni che riguardano soprattutto l’ambito economico, della regolamentazione dei rapporti di lavoro e della contrattualistica più in generale. Non altrettanto ambizioso, ma inscritto nella stessa logica, è quanto sembra essere ricercato con l’Italia, anche perché al momento, le relazioni tra i due Paesi in campo finanziario e industriale hanno subito qualche scossone: dal caso Vivendi-Finivest a quello, a ruoli invertiti, che ha riguardato la proposta di acquisizione dei cantieri navali Stx da parte di Leonardo (l’ex Finmeccanica). I francesi amano fare shopping nella Penisola, ma non ricambiano la prospettiva reciproca con altrettanta amabilità. Gli italiani si sono accorti tutto d’un tratto che dopo il settore bancario-assicurativo e quello agro-alimentare anche la comunicazione poteva finire nel portafoglio di Parigi. Quindi un quadro che regoli di fatto bilateralmente una serie di questioni aperte e le molte possibili che potrebbero aprirsi in futuro è quanto mai opportuno.

Ma al di là di questo, come si diceva, c’è la volontà francese di consolidare i Paesi della "vecchia Europa" per farne il nucleo duro, di tenuta rispetto alle trazioni di quelli della "Nuova Europa", per poter rilanciare nella direzione dell’europeismo caro all’Eliseo la politica, interna e internazionale, dell’Unione. Sul primo campo, l’intesa appare meno complicata, pur nella consapevolezza che la questione dei migranti continua a rappresentare un oggettivo macigno sulla strada della più forte cooperazione. D’altronde l’idea del presidente francese di una collettiva e comune assunzione di responsabilità per la sicurezza della frontiera esterna dell’Unione appare il solo modo per uscire dall’impasse e per riconoscere la natura interna e internazionale che il tema della migrazione riveste. Sul secondo, nonostante il recente accordo per l’invio di truppe italiane in Niger che innegabilmente presenta inconsuete ambiguità e comporta rischi, Parigi rappresenta un perno essenziale di una necessaria politica comune dell’Unione. Certo, occorre evitare di finire con ciò schiacciati sugli specifici (e ancora cospicui) interessi nazionali francesi, soprattutto in Africa, ma non è facile trovare prospettive alternative. È un esercizio di sano realismo, che del resto è lo stesso che ha guidato l’azione di Gentiloni a Palazzo Chigi e prima alla Farnesina, ogniqualvolta la sinergia tra Roma e Parigi era possibile per una effettiva sintonia di valori, obiettivi e metodi.

Dato che siamo in piena (e finora pessima per quanto riguarda l’atteggiamento verso l’Europa) campagna elettorale, vale la pena concludere sottolineando che nella proposta francese non c’è nessuna idea né di sostituire un’intesa italo-francese all’asse franco-tedesco (che resta saldo nonostante la 'vacanza' della Merkel) né di allargare a Roma il direttorio rappresentato da Berlino e Parigi. Ma è indubitabile che sia nell’interesse italiano ricercare un’intesa tanto con la Francia quanto con la Germania. Oltre tutto, oggi più che mai, l’inquilino dell’Eliseo è il solo di cui conosciamo l’identità per i prossimi anni, mentre non altrettanto possiamo dire per chi siederà a Palazzo Chigi o al Palazzo della Cancelleria.

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