giovedì 12 ottobre 2017

Le operaie della "Solo donna srl" hanno finalmente avuto giustizia: lavoravano 8 ore per 5 giorni a settimana, ma in busta paga risultavano a part-time e il resto rimaneva in tasca all’imprenditore di Specchia (Lecce), condannato proprio ieri dal tribunale a 6 anni di reclusione. Andava peggio ai braccianti romeni sfruttati nelle campagne tarantine: un intero giorno a raccogliere pomodori sotto il sole per 4 euro netti l’ora, finché una denuncia prima e le indagini delle forze dell’ordine poi, non hanno portato la scorsa settimana all’arresto del proprietario dei terreni agricoli. Situazioni marginali, si potrebbe pensare.

In realtà un fenomeno – quello del lavoro nero e dell’economia sommersa, fino alle attività propriamente illegali – assai più vasto e radicato e ramificato nel nostro tessuto economico di quanto non si abbia percezione. Tanto da pesare per il 12,6% del Prodotto interno lordo, 208 miliardi di euro complessivamente, secondo la stima dell’Istat relativa al 2015. Una montagna di soldi, pari a 10 manovre economiche, sottratta al circuito legale e trasparente e che perciò stesso produce una valanga di conseguenze negative, di danni diretti e indiretti, fonte anche di tanti scompensi sociali.

Nel bilancio tracciato dall’Istituto di statistica, la componente illegale, "criminale" per intenderci, è la parte minoritaria: "solo" 17 miliardi di euro. Su questa c’è poco da discutere: si tratta di spaccio di stupefacenti, prostituzione e contrabbando rispetto ai quali non c’è che da mettere in campo un’adeguata repressione. Assai più significativi sono i 190 miliardi di euro di economia sommersa, a sua volta divisibile in tre grandi componenti: le sotto-dichiarazioni, che rappresentano il 44,9% del valore aggiunto e che risultano in diminuzione rispetto al passato, il "piccolo nero" costituito da affitti non registrati, integrazioni spurie ecc. (9,6%) e infine soprattutto il lavoro irregolare che conta per ben il 37,3% del valore, in aumento di circa due punti rispetto a quanto stimato nel 2014. È questo incremento, in particolare, a preoccupare e a non lasciare grande spazio alla consolazione per il calo del dato complessivo rispetto al Pil (era al 13,1%). Parliamo infatti di ben 3 milioni e 724mila unità di lavoro – cioè l’equivalente di lavoratori a tempo pieno – impiegati in maniera non regolare, in prevalenza in condizione di dipendenza (2 milioni e 651mila). Un esercito, superiore al numero di coloro che sono disoccupati.

Basterebbe immaginare il volto di questi oltre 3 milioni di lavoratori – fra i quali certo convivono situazioni assai differenti: dai soli straordinari fuori busta al più bieco sfruttamento – per rendersi conto della portata del problema. Ciò che però sfugge, forse, sono i danni indiretti – per tutti noi e la comunità nel suo complesso – che vengono dal perverso circuito dell’economia sommersa. La sottrazione di imponenti risorse fiscali – l’evasione viene stimata fino a 120 miliardi di euro – impedisce di fatto le politiche di riduzione della pressione fiscale su imprese e contribuenti onesti, rende difficile aumentare la spesa sociale per i più deboli e incrementare le politiche per la salute. Se si recuperasse anche solo l’evasione dell’Iva – 35 miliardi l’anno secondo la Ue – si avrebbero fondi sufficienti per ampliare il reddito d’integrazione a tutti i poveri, introdurre il "Fattore famiglia" e migliorare la vita di migliaia di malati cronici, solo per fare un esempio. E così pure, se solo venissero pagati tutti i contributi previdenziali – oggi ne mancano all’appello almeno per 11 miliardi di euro l’anno – certo non si risanerebbe interamente il deficit dell’Inps, ma altrettanto certamente ci sarebbe un equilibrio maggiore tra versamenti e prestazioni, avremmo meno anziani poveri un domani.
In realtà, non è neppure una questione esclusivamente economica: le attività sommerse generano infatti per loro stessa natura altre illegalità e scompensi.

Alla sottrazione di risorse, infatti, si sommano, ad esempio, danni ambientali per la gestione di scarti e rifiuti delle produzioni in nero; danni sociali per la mancata integrazione di persone sfruttate, spesso straniere; danni alla salute per la minore sicurezza e l’incremento degli infortuni sul lavoro e via alimentando una spirale negativa che spinge il Paese in un gorgo di degrado sociale. Non c’è vantaggio, né competitività, né spinta flessibile che tenga. L’illegalità, il sommerso, il 'nero' producono sempre e solo un nero più scuro, una cappa di oscurità per l’intera società. Sta a tutti noi – ognuno per la propria parte – non arrenderci al buio e accendere luci.

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