martedì 8 gennaio 2019
La risposta alle critiche di un lettore nella quale si spiega perché affermazioni, gesti e decisioni di Bolsonaro rischiano di favorire, non di vietare, gli interessi di multinazionali e latifondisti
Terra agli indios, lo stop del Brasile e il valore dell'informazione

Signor direttore, scrivo a riguardo dell’articolo di Lucia Capuzzi del 30 dicembre 2018 « L’era Bolsonaro si abbatte sugli indigeni». In esso è contenuta la falsa notizia secondo cui il governo del neoeletto presidente Bolsonaro invaderà la terra degli indiani. La realtà è che l’Amazzonia è ricca di minerali e le compagnie straniere estraggono questa ricchezza e vogliono mantenere lo status di “selvaggi” per i nativi. È provato, invece, che i nativi vogliono i benefici della civiltà: sostegno alla maternità, vaccini, medicine, televisione, cellulare e, in particolare, vogliono godere della ricchezza che possiede la loro terra. Il nuovo governo del Brasile non consentirà più l’ingresso di multinazionali in Amazzonia per saccheggiare la ricchezza del Brasile e distribuirà parte di questa ricchezza ai nativi locali. Ho ricevuto il link del vostro articolo da un amico italiano. Mi chiedo chi paga questa signora per denigrare un governo che sta iniziando la sua azione? Questo tipo di articolo può mettere in dubbio la serietà del suo giornale. Gli italiani dovrebbero preoccuparsi delle loro banche e dei deficit fiscali promossi dal vostro corrotto Governo. Il presidente Bolsonaro porrà un freno alla corruzione che la sinistra ha impiantato in Brasile. Molti interessi non vogliono questo.

Antonio Freitas


Il nodo Amazzonia accompagna, fin dalle origini, i 34 anni di democrazia brasiliana. La dittatura aveva scelto una politica di “integrazione” verso i nativi, eufemismo con cui si è proceduto alla loro sistematica espulsione dalle terre ancestrali. Il risultato, profeticamente denunciato dalla Chiesa brasiliana, è stato un crollo della popolazione indigena al minimo storico: 100mila persone. La Costituzione, in vigore dal 1988, ha voluto segnare una discontinuità con il regime e, agli articoli 231 e 232, ha ordinato la restituzione agli indios dei loro territori nell’arco di cinque anni. I successivi governi sia di destra sia di sinistra – come è scritto nell’articolo che a lei, signor Freitas, non è piaciuto – se la sono presa comoda. Sul totale di 1.296 appezzamenti rivendicati dai nativi – secondo i dati del Consiglio indigenista missionario (Cimi) della Conferenza episcopale brasiliana –, ne sono stati riconsegnati 436. Di questi ultimi – che rappresentano il 14% della superficie brasiliana – i nativi non sono proprietari (sono terre pubbliche dello Stato) ma usufruttuari a vita e gli unici abilitati a sfruttarne le risorse del suolo (il sottosuolo resta di pertinenza dello Stato). Il sistema, con tutti i suoi limiti (si registrano invasioni da parte di aziende, latifondisti, tagliatori di legna illegali, minatori clandestini nella metà dei 436 territori riconsegnati), ha posto comunque un limite all'avanzata di imprese nazionali e multinazionali. Da qui, i ripetuti intenti di questi ultimi di indebolirlo o addirittura eliminarlo del tutto. L’offensiva anti-restituzioni s’è intensificata a partire dal 2014, quando un terzo degli eletti in Parlamento è risultato legato al “fronte agricolo”, potente lobby che tutela gli interessi dei latifondisti (non dimentichiamo che in Brasile l’1% della popolazione possiede il 60% della terra). La bancada ruralista (cioè i parlamentari vicini ai latifondisti) ha pesantemente condizionato prima il governo di Dilma Rousseff e poi quello di Michel Temer. Il processo di riassegnazione si è arenato. Durante l’era Rousseff sono stati riconsegnati solo 21 appezzamenti. Con Temer si è arrivati a zero riconsegne. Al contempo è aumentata la deforestazione, cresciuta del 22% tra agosto 2017 e maggio 2018. Attualmente, tra Camera e Senato, sono stati presentati 33 progetti che cercano di aggirare il divieto di sfruttare le aree indigene e di ostacolare il sistema delle restituzioni. Già nel corso della campagna, il neo presidente Jair Bolsonaro aveva criticato il sistema delle riassegnazioni e aveva promesso di bloccarle (con buona pace dei 128 procedimenti in corso e dei 120mila indios coinvolti). «Nemmeno un centimetro di altra terra sarà dato ai nativi», aveva detto. Non solo. Aveva anche ventilato l’idea di riconsiderare lo status di una delle principali terre indigene, la “Reposa do sol”, in Roraima. E di aprire allo sfruttamento minerario delle aree protette. Cosa formalmente non vietata dalla Costituzione dato che l’utilizzo del sottosuolo resta allo Stato. Purtroppo, appena entrato in carica, il nuovo leader ha dimostrato che non si trattava solo di una frase a effetto. I suoi primi provvedimenti sono in linea con i rischi denunciati da “Avvenire” il 30 dicembre scorso. Appena terminato il giuramento, il presidente ha firmato un ordine esecutivo, al momento provvisorio ma immediatamente operativo, che sottrae alla Fondazione nazionale dell’indio (Funai) – organismo creato per tutelare i diritti indigeni – la competenza sul processo di restituzione delle terre ai nativi. Tale facoltà è stata attribuita al ministero dell’Agricoltura, guidato da Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias, fino a poche settimane fa leader della bancada ruralista. Sempre a questo dicastero è affidata la concessione delle licenze ambientali ai progetti che possono avere impatto sulle aree protette. Bolsonaro ha spiegato tali scelte con la necessità di “integrare” i nativi. Su Twitter ha scritto: «Meno di un milione di persone abitano nelle regioni isolate del Brasile e sono sfruttati e manipolati dalle Ong». Nello stesso ordine esecutivo, dunque, queste ultime, sono state poste sotto il «controllo » della Segreteria di Governo, guidata dall’ex generale Carlos Alberto dos Santos Cruz. Il Consiglio indigenista missionario (Cimi) – organismo della Conferenza episcopale brasiliana incaricato della questione indigena – ha definito le prime misure presidenziali «gravi» e «incostituzionali», ribadendo il diritto degli indigeni «alla terra, alla differenza e alle loro prospettive di futuro», secondo quanto affermato da papa Francesco a Puerto Maldonado, il 19 gennaio 2018: è «imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri». Questo breve excursus spiega perché le affermazioni, i gesti e le decisioni di Jair Bolsonaro rischiano di favorire – non di vietare – gli interessi, in genere intrecciati, delle grandi multinazionali e dei latifondisti locali. Da qui la preoccupazione anche delle analisi del nostro giornale.

Come ha visto, gentile signor Freitas, le ho fatto rispondere dalla stessa collega Lucia Capuzzi, appena rientrata in Italia dall’Amazzonia. Mi limito, da direttore, a rispondere alla sua domanda su chi paga una giornalista così documentata in tutto ciò che scrive: la paga questo giornale. Un giornale stimato per il suo stile informativo rispettoso di persone e fatti, ma attaccato esattamente per lo stesso motivo. Un giornale che non si «fa dettare l’agenda» da nessun potente di turno. E che da mezzo secolo ascolta per primi – come papa Francesco ci ha spronato a fare ancora il 1° maggio 2018 – «i poveri, i sofferenti, gli ultimi». (mt)


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