giovedì 29 ottobre 2015
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A molti forse non dirà quasi nulla, ma da domani il nome di Mohammad Javad Zarif si potrà iscrivere a buon diritto nel Gotha della diplomazia internazionale. Capo della delegazione iraniana, abile negoziatore, studi a San Francisco e Denver, un dottorato in Diritto internazionale e un passato di brillante mediatore (sua la soluzione della crisi degli ostaggi americani in Libano negli anni Ottanta, ma soprattutto decisivo il ruolo giocato nei colloqui che portarono, il 14 luglio scorso, alla firma dello storico accordo con Washington sul nucleare iraniano), questo professore cinquantacinquenne nominato nel 2013 ministro degli Affari esteri del governo Rohani sale di nuovo sul proscenio, questa volta però come invitato ufficiale ai colloqui che si terranno a Vienna per dare una svolta alla crisi siriana.Per la prima volta Teheran – che, non scordiamocelo, in quanto culla dell’osservanza sciita è alleata del regime di Damasco e grande finanziatrice degli hezbollah libanesi, il "Partito di Dio" guidato dallo sceicco Nasrallah – viene promossa al rango dei grandi protagonisti del conflitto siriano. Un’autentica svolta, considerato che sia le petro-monarchie sunnite del Golfo sia le forze dell’opposizione anti-Assad sostenute dall’Occidente finora si erano sempre opposte a un coinvolgimento dell’Iran nei negoziati. Senza contare gli anni in cui a guidare l’Iran era quell’Ahmadinejad che puntualmente veniva fischiato e boicottato all’Assemblea generale dell’Onu e accolto dalle testate popolari americane con titoli come "Arriva la bestia di Teheran".Da domani invece sederanno allo stesso tavolo il Dipartimento di Stato americano, i capi delle diplomazie di Mosca, Riad, Ankara e della Ue, oltre al ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, quello tedesco Steinmeier e ai rappresentanti di Egitto, Libano e – su insistenza russa – Iraq.Non illudiamoci troppo. Le singole posizioni attorno a questo terzo round viennese sono apertamente in contrasto: Mosca e Teheran, che apertamente sostengono le forze di Bashar al-Assad, vogliono che si sconfiggano sul campo le milizie del Califfato (e – senza troppo ammetterlo – anche i ribelli "laici" finanziati dai sauditi e dalle monarchie del Golfo) prima di dare avvio a un processo politico nel quale si dibatta anche della sorte di Assad. Stati Uniti, Turchia e Arabia Saudita insistono invece sulla caduta a breve termine del rais di Damasco, condicio sine qua non perché si possa avviare davvero quella conferenza di pace che ponga fine a un conflitto che va avanti da oltre cinque anni e ha già causato 250mila vittime e milioni di profughi. A ciò si aggiunga la continua frizione fra Mosca e Washington sull’impiego dei bombardieri in territorio siriano e l’annuncio (per ora soltanto un annuncio) del possibile impiego di forze americane di terra nelle operazioni anti-Is. In questa sorprendente riedizione del Congresso di Vienna è certo che Zarif non sarà solo un comprimario. Alle sue spalle, ma soprattutto a quelle di tutti i convitati, volteggia minaccioso lo spettro di quattro anni di infruttuose conferenze internazionali, già archiviate nel vasto catalogo dei fiaschi diplomatici con il nome di Ginevra 1 e Ginevra 2.Ma a cosa si deve il rientro di Teheran nel grande gioco della diplomazia internazionale? Qual è la partita di scambio, sicuramente gestita dal più influente dei giocatori – la Casa Bianca? è molto forteÈ molto forte il sospetto che all’ingresso di Zarif (certamente caldeggiato da Mosca, ma altrettanto sicuramente approvato da Washington, che preferisce un interlocutore con cui si possano fare accordi a un ambiguo convitato di pietra) corrisponda l’assicurazione che la permanenza di Assad a Damasco non durerà troppo a lungo. Non sarà un caso che il direttore della Cia John Brennan si dica pubblicamente convinto che Putin stesso (che solo una settimana fa aveva perentoriamente convocato Assad a Mosca) stia cercando la soluzione più opportuna per liquidarlo. «La questione – dice – è quando e come saranno in grado di farlo uscire di scena». Senza cioè perdere la faccia. «Capiremo se Mosca e Teheran sono seri – avvertono i sauditi –: e se non lo saranno smetteremo di perdere tempo con loro».
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