mercoledì 20 settembre 2017

Uno, due, dieci, tanti stupri. Le violenze sulle donne riempiono la cronaca, paura e indignazione montano, la polemica infuria (i violentatori pare siano in gran parte non italiani) a tal punto da indurre il governo a varare il decreto antistupro. Parliamo di oggi? No, del 2009. E del Decreto Maroni del 23 febbraio convertito il legge il 24 aprile 2009, che prevedeva tra l’altro il carcere obbligatorio per chi fosse sospettato di violenza sessuale. Era il decreto che introduceva le indimenticate ronde... In quell’occasione il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, disse che il decreto era stato emanato «d’urgenza sull’onda del clamore, ma la realtà è che nel 2008 gli stupri in Italia sono diminuiti».

Analogie con le ore presenti? Tantissime. Gli stupri delle prime settimane del 2009, tra l’altro, sono straordinariamente simili a quelli di oggi, anche perché la violenza, nella sua brutale tragicità, è ostinatamente ripetitiva. Notte di Capodanno a Roma, vittima una ragazza durante un concerto. Guidonia, coppia di fidanzati aggredita da quattro ventenni che malmenano lui e stuprano lei (presi quasi subito). Passante ferroviario di Milano, sudamericana violentata da due complici. San Valentino, giovanissima coppia aggredita da due giovani: lui picchiato e lei, appena 14 anni, stuprata... Non passa giorno che uno stupro non finisca sui tg e nei giornali, con dovizia di particolari e commenti indignati.

Eppure Berlusconi ha ragione, gli stupri in quell’anno sono in calo o risultano stabili, quindi parlare di “emergenza stupri” è sbagliato. E allora? Nel marzo del 2009 Luca Ricolfi fornisce questa spiegazione, da riportare pari pari perché valida anche oggi: «È bastato che i massmedia concentrassero l’attenzione sugli episodi di violenza sessuale per creare una forte preoccupazione nell’opinione pubblica e indurre il governo a varare il cosiddetto decreto antistupro». Operazione facile: «Le violenze sessuali, infatti, fanno parte degli episodi che si potrebbero definire “sempre notiziabili”». I mass-media non inventano nulla, ma qualche fatto è “notiziabile” e per esserlo deve possedere due caratteristiche: «Primo: suscitare nel pubblico emozioni forti, come paura, pietà, indignazione, rabbia, curiosità morbosa. Secondo: è permanentemente a disposizione dei media, perché la sua frequenza è superiore alla soglia critica dei mille casi all’anno», ossia circa tre casi al giorno. È il caso degli stupri; ma anche dei morti sul lavoro o dei suicidi. Conclude Ridolfi: «Un conto è segnalare il problema, un altro è terrorizzare l’opinione pubblica inventando emergenze». La violenza sessuale è dunque un enorme problema, ma non superiore né inferiore al passato in modo significativo. Una «mostruosità» purtroppo ancora permanente, non una improvvisa «escalation».

Questo è il punto. Ed è terribile. Parlarne come si sta facendo in queste ore, poi, crea una sorta di illusione ottica e mette in ombra l’aspetto forse più tragico del problema: un conto sono gli stupri denunciati, quelli che finiscono in tv e sui giornali, ben altro conto sono tutti gli stupri. Stando a Telefono Rosa, quelli non denunciati sono più del 90%. Non è difficile intuirne la ragione. Una vittima deve sopportare un calvario giudiziale lungo di media cinque anni, ricordando, raccontando e rivivendo più e più volte la violenza subita. Un altro motivo è che il 69% delle violenze sessuali si consuma “in famiglia” con mariti, fidanzati, partner, parenti e amici. La vittima, soggiogata, tace. La punta dell’iceberg degli stupri eclatanti, finiti in copertina suscitando indignazione, dovrebbe indurre a indagare sulla parte sommersa dell’iceberg, fatta di infinite molestie e violenze piccole e grandi, tutte odiosissime, compiute da maschi in posizione di potere. Secondo l’Istat, le vittime sono quasi 4 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni.

Questa è la vera emergenza che riguarda tutti noi, perché tutti noi, femmine o maschi, siamo venuti a conoscenza direttamente o indirettamente di fattacci simili. E tutti siamo immersi in una cultura che mercifica ogni giorno il corpo femminile, inducendo taluni a trattare le donne come tali: merci, oggetti di cui disporre liberamente. I mass-media denunciano, cavalcando l’«emergenza»; e, pochi istanti dopo, rischiano di rendersi inconsapevoli complici di una cultura stupida e malvagia. Mentre la politica si adegua agli allarmi più stentorei e stenta a prendere di petto i problemi più duri e davvero assillanti, ma che rimangono lontano dai riflettori.

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