giovedì 9 novembre 2017

Leggere il Rapporto sulla protezione internazionale in Italia, che ogni anno viene elaborato dai principali attori dell’accoglienza, fra i quali spiccano l’Anci, la Caritas e la fondazione Migrantes, in collaborazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, rischia di provocare qualche patema d’animo a tutti coloro che hanno a cuore le sorti del Belpaese, costretto a tappare i buchi creati dall’Unione Europea. Sempre più spesso si ha l’impressione che stiamo avanzando a tastoni nel tentativo di tamponare le falle dell’emergenza senza riuscire a trovare una risposta strutturale al fenomeno migratorio.

È vero: dopo gli accordi stipulati dal nostro governo nelle zone calde del Maghreb, abbiamo assistito a una significativa diminuzione degli sbarchi in Sicilia, ma i difficili reportage dalle coste nordafricane e le testimonianze di chi continua ad arrivare sono spaventose, come se in Libia ci fosse oggi una terra di nessuno dove i diritti umani vengono calpestati. Personalmente potrei riportare alcune fonti di ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana con particolari raccapriccianti che dimostrerebbero il ritorno a barbarie che qualcuno illudendosi poteva aver considerato superate per sempre: stupri, torture, perfino cannibalismo. È chiaro che il Vecchio Continente non può restare insensibile, è chiaro che sensibile non è abbastanza.

I problemi riguardano anche quelli che, nonostante tutto, riescono a sopravvivere e giungono fra noi non come cadaveri, ma in quanto esseri umani che, feriti dentro e fuori, hanno bisogno di aiuto e sostegno. Il sistema che dovrebbe accoglierli, essendo il frutto di una stratificazione cresciuta nel tempo, è diventato, come ha affermato Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia, confederazione internazionale contro le nuove e vecchie povertà, una vera «lotteria», per cui l’inserimento dei migranti nei vari Cas, Cara e Sprar può risultare casuale e tutt’altro che mirato.

Il funzionamento dei centri di prima identificazione, i cosiddetti «hotspot», sulla cui istituzione tanto si sperava, si è rivelato più lento del previsto con protocolli d’azione spesso ancora inattivi. I tempi per vedere riconosciuto lo statuto di rifugiato si allungano a dismisura. I raccordi fra prima e seconda accoglienza stentano a decollare. Continuano ad aumentare a vista d’occhio i minori non accompagnati (soprattutto gambiani e senegalesi, mentre si è interrotto il flusso egiziano), la cui gestione, nonostante la recente approvazione della legge che li tutela, non è facile anche perché manca un organismo unico in grado di intervenire in modo completo su ognuno di loro.

Ad esempio, per quanto riguarda i corsi di lingua italiana, decisivi per una vera integrazione, molto è lasciato ancora all’improvvisazione e alla buona volontà degli operatori e all’alacrità attivistica delle associazioni che operano sul territorio in ambienti di fortuna senza il necessario sostegno istituzionale. Lo stesso sacrosanto superamento del famigerato Regolamento di Dublino rischia di restare imbrigliato in una gigantesca rete burocratica. Lo scorso anno conobbi un ragazzo afghano che, dopo essere giunto in Italia, si era trasferito in Germania, aveva imparato il tedesco e trovato lavoro come magazziniere: insomma si era pienamente inserito ad Amburgo. A un certo punto, proprio a causa della famigerata suddetta convenzione, è stato costretto a tornare in Italia dove ha dovuto ricominciare tutto da capo. Di casi come il suo ce ne sono tanti: vengono chiamati «i dublinati».
Il Rapporto sulla protezione internazionale appena diffuso dice anche altro, richiamando la nostra attenzione su Paesi dove le condizioni di vita sono spesso insostenibili: Ciad, Bangladesh, Niger.

E, in contrapposizione lancinante, accende le luci su certi recenti egoismi europei: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, senza dimenticare il comportamento francese sul confine ligure. Alcuni osservatori e politici hanno sostenuto la necessità di un nuovo Piano Marshall per l’Africa. Ebbene, tante volte sembra che, accanto agli aiuti finanziari rivolti al Terzo Mondo, sia necessario approntare una task force culturale per noi europei che dovremmo recuperare e proteggere nelle nostre coscienze la vecchia convinzione del salmista: «L’uomo nella prosperità non comprende. È come gli animali che periscono».

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