mercoledì 4 novembre 2015
Giudici di pace in sciopero, magistrati onorari di tribunale sul piede di guerra. «Dov’è la novità?», si chiederanno i lettori più attenti ai problemi della giustizia. Purtroppo non c’è, perché i magistrati 'non togati' continuano a essere trattati come lavoratori di serie B dallo Stato, che pure si serve ogni giorno a piene mani del loro operato: in media, l’80% del contenzioso civile è affidato ai giudici di pace (che hanno anche ampie competenze sul penale) e una percentuale anche maggiore di viceprocuratori onorari rappresenta il pubblico ministero davanti al giudice monocratico. Insomma, come abbiamo scritto numerose altre volte, senza gli 'onorari' l’amministrazione della giustizia, già malconcia, accuserebbe il collasso senza ritorno. Per inciso, ma non troppo, tutto questo lavoro viene compensato con quattro soldi e senza alcuna tutela assistenziale e/o previdenziale.  Accade da anni, indipendentemente dal colore del governo in carica. Da troppi anni, secondo i diretti interessati ed è davvero difficile dar loro torto. Anche perché, spesso, proprio la magistratura onoraria è stata individuata come lo strumento più a portata di mano per arginare gli annosi mali della giustizia di casa nostra, in primo luogo l’irragionevole durata dei processi: si spiega così la graduale e costante estensione delle sue competenze.  Ieri i giudici di pace hanno annunciato una settimana di sciopero (dal 23 al 30 novembre) contro il ddl di riforma della magistratura onoraria d’iniziativa del ministro della Giustizia Andrea Orlando, ora al vaglio del Senato, ritenuto 'mortificante' per la categoria. Mentre i giudici e i viceprocuratori onorari di tribunale del movimento 'Seiluglio', oltre a contestare il progetto di riforma, denunciano che la legge di stabilità varata dal governo prevede tagli ai loro compensi «non inferiori» a 6 milioni e 650mila euro nel 2016 e a 7 milioni e 550mila euro nel 2017. Insomma, i quattro soldi di cui sopra diventerebbero tre, se non addirittura due. Non sembra esattamente la valorizzazione di una risorsa che, statistiche alla mano, si è rivelata fin qui indispensabile. Anzi, somiglia paurosamente a una forma di ingiustificabile sfruttamento di Stato.
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