giovedì 12 aprile 2018

Spengo la tv alla fine di Real-Juventus atto secondo e mi chiedo: cosa resterà di questi mercoledì da leoni di Champions? A me, e non solo spero, resterà soprattutto l’emozione della grande e insolita partecipazione popolare. Per due serate, sia per l’altra storica impresa della Roma contro il Barcellona, sia per la cavalcata quasi perfetta della Juventus al Bernabeu, abbiamo assistito a un Paese senza più fazioni. Un’Italia unita da un rinnovato spirito nazionalista - che almeno nel calcio non guasta - appassionata e felice del riscatto contro le invincibili armate spagnole. Il tifoso italico stanco di questa Spagna che ci umilia puntualmente dagli Europei del 2012 (Spagna-Italia 4-0) fino alla finale di Champions 2017 (Real-Juve 4-1) ha esultato per il successo della Roma che ha urlato al Barcellona «torna a casa Messi». E per un soffio l’apoteosi si stava ripetendo con la Juventus in formato Mundial dell’82 contro i galattici di Madrid. Anestetizzati fino al 96’, rendendo umano troppo umano persino il CR7, alias l’alieno Cristiano Ronaldo. Poi il rigore dubbio - ma da regolamento - di Benatia su Lucas Vasquez ha interrotto il momento idilliaco nazionalpopolare. Il siluro atomico calciato dal dischetto da Cristiano Ronaldo ha abbattuto tutta la poesia e la magnifica coesione di un Paese.

La rabbia ha prevalso sull’orgoglio, e a cominciare dal presidente Andrea Agnelli tutte le fazioni hanno ripreso a zappare fieramente il proprio orticello. Abbiamo smesso di essere Nazione calcistica e siamo andati nel pallone, come sempre. Al triplice fischio dell’arbitro inglese Michael Oliver (il nuovo Moreno per gli juventini) dalla Champions si è passati al campionato europeo della contraddizione e dell’ipocrisia pallonara. La Var, tanto detestata dal presidente Agnelli, di colpo è assurta a unica ancora di salvataggio per una Uefa colpita e affondata.

Buffon espulso. Ronaldo segna il gol che permette al Real Madrid di passare il turno in Champions, eliminando la Juventus (Lapresse)

Buffon espulso. Ronaldo segna il gol che permette al Real Madrid di passare il turno in Champions, eliminando la Juventus (Lapresse)

Gigi Buffon con una tossuccia nevroromantica si è presentato davanti ai microfoni affamati delle televisioni vaticinando di «morale» di «scarsa sensibilità dell’arbitro», di un direttore di gara non all’altezza «che dovrebbe andare in tribuna a mangiare patatine con il figlio» e concludendo con una parolaccia gratuita, in eurovisione, non degna del campione ai titoli di coda e del buon padre di famiglia qual è. Noi caro Gigi non facciamo morale, però da superpartes ricordiamo di quella sera a San Siro in cui hai respinto il tiro di Muntari mezzo metro dentro la tua porta e agli stessi microfoni hai ammesso: «Se anche avessi visto che era gol non l’avrei detto all’arbitro». La memoria di cuoio, e non quella tifosa-ultrà che ora impazza vergognosamente sui social, anzi su fecciabook (cito l’ultrà juventino Giampiero Mughini) ricorda che questo accadeva in un Milan-Juventus del 2012 e non agli inizi di una carriera mondiale come quella del vecchio Gigi che dice e si contraddice al tempo della piena maturità, i suoi primi quarant’anni.


Discorsi che fanno male, e non solo al calcio. Frasi dettate da un’ira funesta che ci riportano alla solita demenziale condizione del dolore fazioso e particulare del nostro “sistema” all'italiana. Credevamo di essere cresciuti e maturati nel vedere come i fiorentini, acerrimi nemici della Juve, avevano accolto e salutato Gigi Buffon e i compagni juventini accorsi al funerale del capitano viola Davide Astori. Abbiamo esultato tutti (anche i laziali) al terzo gol della Roma contro il Barça, sentendoci davvero solidali con una squadra e una città che torna capitale del pallone europea con due formazioni (anche la Lazio in Europa League) al vertice del calcio continentale. Abbiamo spinto e sostenuto la Juve verso una remuntada legittima e sciupata dal ritorno alla realtà che non ci vede sconfitti sul campo, ma nella mentalità, nella scarsa cultura sportiva. Ci siamo illusi per 180 minuti di vivere davvero in una Repubblica fondata sul pallone dove tutti si sentono cittadini-tifosi ma sotto un'unica bandiera. Non è così. È stato bello sognare, ma è stata un’altra occasione persa. Alla prossima.

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