giovedì 7 dicembre 2017

Caro Avvenire,
scriviamo sperando che possiate aiutarci. Abbiamo un figlio di 16 anni: terza liceo scientifico, brillante intelligenza, una passione per i computer, è sempre stato un po’ chiuso, non ha mai avuto molti amici. Da un po’ di tempo accampa delle scuse per non andare a scuola: malesseri vari, stanchezza, insonnia notturna e così via pur di rimanersene in camera sua per il giorno intero, incollato al computer. Anche la domenica esce a fatica dalla sua “tana” per condividere il pranzo con noi solo perché ci imponiamo, e poi si rinchiude subito in camera, dove non è ammesso nessuno. Nonostante tutto ciò e a parte le assenze, il rendimento scolastico è buono, quindi non possiamo lamentarci, ma davvero non capiamo che cosa gli stia succedendo. Abbiamo tentato di intavolare con lui un dialogo chiedendogli se avesse dei problemi, se si sentisse malato, se volesse parlare con il medico, ma ci ha risposto di stare benissimo e che comunque non sono fatti nostri. Un’amica ci ha detto che sono un po’ le caratteristiche dei ragazzi “ritirati”, ovvero che preferiscono i rapporti online invece che affrontare quelli reali. Brancoliamo nel buio. Con chi possiamo parlarne perché ci aiuti a capire qualcosa? Vi ringraziamo di cuore per l’aiuto.

Lettera firmata Milano

Un figlio di 16 anni intelligente, brillante, bravo a scuola. Che cosa c’è che non va? C’è che da qualche tempo se ne sta sempre più rintanato in camera sua davanti al pc, e trova poco convincenti scuse per non andare a scuola: come se quella stanza fosse ormai una “tana” da cui non si può allontanare. Cosa succede? È un fatto passeggero o qualcosa di cui preoccuparsi? Questa lettera, che viene da una via nel centro di Milano, tratteggia il disegno di un disagio mentale nemmeno certo, confuso, e però angosciante per chi, trovandocisi di fronte, ammette: brancoliamo nel buio. Parla di un adolescente che potrebbe avere semplicemente voglia di solitudine, o che invece potrebbe essere alle prese con quella sindrome di “ritiro” che va diffondendosi, e che comporta appunto un chiudersi in sé, un escludersi prolungato dalla vita sociale. Il fenomeno è stato studiato per la prima volta in Giappone e laggiù è stato battezzato “hikikomori”. Ma la lettera parla anche di una possibile dipendenza dal web, che si intreccerebbe con la tendenza all’isolamento. Due genitori che scoprono di non sapere a chi chiedere aiuto: il medico di famiglia non ne sa abbastanza, gli insegnanti, a scuola, nemmeno. D’altronde il rendimento scolastico del ragazzo è buono, e dunque si potrebbe essere tentati di pensare che forse non c’è nulla di grave, che il problema non esiste. Questa nebulosità, questa indeterminatezza ricorrono spesso nella descrizione di disagi psichici vecchi e nuovi, quando emergono all’interno di una famiglia. L’idea ostinata di un congiunto di essere detestato e perseguitato in ufficio è realtà, o è il principio di una malattia? L’umore silenzioso e depresso di una donna appena diventata madre è stanchezza, o cela una depressione post partum, e occorre dunque intervenire? Nulla più della sofferenza mentale è difficile da definire e comunicare. Inoltre pesa ancora forse l’antico stigma, per cui non si vorrebbe ammettere che simili problemi possano esistere in casa propria. E da un medico, quel congiunto in difficoltà non vuole assolutamente andare, in particolar modo non da uno psichiatra, che, si sa, “cura i pazzi”. Si può avere tutto economicamente e socialmente, e trovarsi assolutamente spiazzati dall’emergere di una sofferenza mentale. Non esistono esami del sangue o lastre o Tac che diagnostichino queste sofferenze, nulla che dica nero su bianco: questo è il problema. Eppure niente come una malattia mentale può gettare una famiglia nello smarrimento. I parenti, gli amici non sanno che cosa consigliare, che cosa dire. Si rischia davvero di trovarsi soli. Cosa fare? Ai genitori che ci hanno scritto consiglierei di rivolgersi innanzitutto, per inquadrare il problema, a un’associazione di volontariato che si occupa da anni di informazione, prevenzione e supporto nell’ambito del disagio mentale. L’associazione si chiama Itaca e ha sede a Milano in via Volta 7, ma è presente in altre undici città italiane. Il sito web è www.progettoitaca.org e c’è anche un centro di ascolto al numero 800274274, per chiamate da cellulare 02.29007166. L’importante davanti a queste situazioni angoscianti e indefinibili è non chiuderci in noi stessi, l’importante è avere il coraggio di farsi aiutare.

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