Quadro politico storto ma senza alternative
sabato 5 dicembre 2020

La paventata crisi degli acronimi e degli inglesismi si alimenta di un dibattito in politichese puro che stride in modo quasi surreale con le condizioni del Paese reale. Mes e Next Generation Eu (alias Recovery Fund) sono due faccende molto serie, importanti per il futuro dell’Italia e dell’Europa. Il dovere della politica, del governo, della maggioranza e delle opposizioni è affrontare i due dossier in sede parlamentare in modo altrettanto serio, con responsabilità ed equilibrio, e con trasparente pragmatismo, rimuovendo dal tavolo una volta per tutte tabù e tatticismi.

Gli italiani non stanno pensando a chi votare tra due anni e mezzo, ma si stanno chiedendo se nei prossimi mesi l’attuale classe politica sarà in grado di condurre famiglie e imprese fuori da affanni e paure, di salvare le vite e al contempo il futuro, utilizzando in modo veloce ed efficace le risorse europee in arrivo e varando le sospirate riforme in grado di rendere il Paese più equo e moderno.

La domanda di queste ore è se l’attuale governo, e l’attuale maggioranza, siano in grado di raccogliere tale sfida. Se abbiano, soprattutto, quell’amalgama che consenta di non procedere con snervanti 'stop and go'. Si tratta, è bene ricordarlo, del secondo governo della legislatura, che ne segue uno di natura opposta. Gli elementi di collegamento tra le due esperienze sono un paio. Il primo è il ruolo cruciale e ineludibile – numeri alla mano – del M5s, partito trionfatore nel voto del 2018 e forza di maggioranza relativa in Parlamento. Un ruolo che neppure emorragie già avvenute e ipotesi di scissioni interne possono cancellare. Il secondo elemento è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che è riuscito a darsi un profilo unico, dando garanzie al Movimento e al tempo stesso garantendo per il Movimento in sede europea e internazionale.

Difficile uscire da questo schema-base, difficile immaginare altre soluzioni per continuare la legislatura diverse da quelle già sperimentate. E se chi vagheggia una 'terza via' stavolta intende una qualche forma di unità nazionale, basta un’occhiata alle cronache parlamentari, che alternano brevissime tregue – più indotte dagli appelli del capo dello Stato che da serie consapevolezze – a profonde e radicate divisioni, per spazzar vie speranze e illusioni. Ecco perché appare paradossale la rilevanza che ha assunto la data del 9 dicembre, giorno in cui le Camere dovranno votare risoluzioni che danno al premier una sorta di 'mandato' a firmare per conto del Paese le conclusioni del Consiglio Ue del 10-11 dicembre. Uno dei temi è la riforma del Trattato che regola il Meccanismo europeo di stabilità (Mes).

Una riforma alla quale l’Italia, attraverso i ministri dell’Economia Giovanni Tria e Roberto Gualtieri, ha partecipato attivamente, chiedendo modifiche e ottenendo più tempo per coagulare consenso interno. Presentarsi ora agli altri leader europei dicendo 'abbiamo scherzato' è impensabi-le, e di fatti Conte non ha alcuna intenzione di farlo, assecondando le pulsioni euroscettiche che ancora albergano in una parte del M5s. L’operazione politica salva-governo più plausibile impone due passi. Il primo è un nuovo approccio al Next Generation Eu, sinora rimasto 'oggetto del mistero' da diversi punti di vista: la governance, i progetti su cui canalizzare i 209 miliardi di 'dotazione italiana' e il ruolo del sistema-Paese (dagli Enti locali alle parti sociali, sino al Terzo settore).

È questo un compito che spetta soprattutto al premier Conte. Il secondo è distinguere, nella risoluzione di maggioranza del 9 dicembre, la riforma del Trattato Mes dal prestito sanitario disponibile attraverso il Salva-Stati, prestito che l’Italia – hanno più volte detto Conte e Gualtieri – chiederebbe solo di fronte a una improcrastinabile esigenza di cassa.

La razionalità politica porta a pensare che un’intesa solida sul Nge e una buona formulazione della risoluzione siano sufficienti a garantire l’autosufficienza della maggioranza, o comunque – specie al Senato – a garantire il sì italiano alla riforma del Mes temperando qualche defezione pentastellata con il 'soccorso' di componenti moderate del centrodestra renitenti all’antieuropeismo di Salvini e Meloni. In qualche modo, sarebbe anche un elemento chiarificatore dopo mesi di annunciate intese e vaticinate crisi. Se invece dovesse prevalere l’irrazionalità politica, si aprirebbe una crisi al buio, cioè senza soluzioni pronte e disponibili, che inietterebbe altra sfiducia nel corpo stanco e provato del Paese.

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