Grande risorsa da valorizzare. Promemoria volontariato


Marina Corradi sabato 12 novembre 2011
Ai giovani volontari convocati da Cor Unum da tutta Europa nel giorno di san Martino, il Papa ha dato ieri prima di tutto una parola: «Per i cristiani il volontariato non è puramente espressione di buona volontà. È fondato su una personale esperienza di Cristo».Richiamo naturale ma non superfluo, in un tempo che sembra avere ancora una memoria cristiana, ma tende a oscurare, di questa memoria, la radice; fra uomini che aspirano alla solidarietà e alla giustizia, e però eliminano i crocifissi dalle loro stanze quotidiane – come per una strana vergogna.Ma poi Benedetto XVI ha accennato anche al volontariato in senso più ampio, e laico, «elemento universalmente riconosciuto dalla cultura contemporanea». Le cui origini, ha detto, «possono ancora essere ritrovate nella particolare sollecitudine cristiana per la tutela, senza discriminazioni, della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio». Uno sguardo cristiano dunque al fondamento remoto di generosità, solidarietà, ideali che si affermano dal cristianesimo lontani; ma che difficilmente sarebbero stati concepibili in un orizzonte pagano, che non riconosceva a ogni uomo, ricco o povero, o straniero, o malato, un valore assoluto.E qui, benché il Papa parlasse a tutta l’Europa, viene da pensare al nostro, di Paese. Che, più di altri, è intriso in ogni fibra di questa memoria cristiana. Memoria in anni recenti contestata, rifiutata, poi logorata dalla pressione di media che ci hanno ammaestrato a un’altra fede: nel successo, nella apparenza, e nel consumo. E tuttavia certe impronte sono dure a svanire, se hanno il peso di secoli alle spalle. I paesi e le città italiane sono costellati di chiese dedicate al santo di ieri, Martino di Tours; e spesso, dentro, un quadro riproduce quel santo nell’atto di tagliare il suo mantello a metà, per condividerlo con un mendicante. Non l’abbiamo ascoltata tutti la storia di san Martino, da bambini? Quell’uomo che in sella al suo cavallo orgoglioso si ferma, si china, impietosito, a coprire un miserabile.La carità in questo nostro Paese è rimasta in un Dna collettivo; rimasta senza più un nome, o chiamata con altri nomi; e però pronta, nella necessità, ad andarsi a offrire gratuitamente dove ce n’è bisogno. Lo abbiamo visto in Liguria, nelle facce di quei mille ragazzi venuti a spalare il fango. E non lo vediamo, perché è vita che scorre sommessa, ma c’è, in tutti i nostri giorni: è il doposcuola dei bambini in difficoltà, spesso stranieri, o un’ora data ai vecchi negli ospizi; o l’assistenza e la compagnia che servono per osare, di questi tempi, mettere al mondo un figlio handicappato, oppure un’adozione, o un affido. C’è un mondo generoso e non raccontato, parallelo, che tesse le nostre giornate, e le cambia, innervandole di un’anima che nessuna logica puramente utilitaristica può avere. Un’anima antica abita questo Paese, e pure nell’ambiente più chiassoso e distratto è difficile disperderla. Rinasce a ogni nuova generazione, quando magari non lo crederesti; ritorna, e si presenta all’appello. O lavora in silenzio, nella fitta rete della sussidiarietà; che è capace di adattarsi ai bisogni con quell’immediatezza che spesso allo Stato manca, e che le viene dalla prossimità alla semplice concretezza quotidiana.Ricchezza grande, questa gratuità che a volte riscopriamo con stupore, quando tutto, o quasi, attorno, nella convivenza civile, ci sembra farraginoso, smarrito, o svenduto. Così che in questi giorni di travagli e angoscia per l’Italia le parole di Benedetto XVI nel giorno di san Martino, icona antica di carità, c’entrano con noi e il nostro vivere assieme. Oggi che tutto, pare, deve cambiare o essere rimesso in discussione – e si ragiona su una stagione straordinaria di governo del Paese – si tenga ben fermo tra le priorità e le risorse da valorizzare appieno quell’universo di volontariato e di welfare sussidiario che è dell’Italia quasi eredità tramandata, oltre le parole. Quel motore che è ricchezza, e anche bellezza – così trasparente nelle facce dei ragazzi con le pale. Che suscita dapprima stupore, e poi una strana commozione: come se fosse ancora possibile volere un bene comune, e costruirlo assieme.
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