sabato 5 febbraio 2011
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Caro direttore, vorrei affidare al mio quotidiano quella che considero una «lettera impossibile» a Silvio Berlusconi. «Egregio presidente del Consiglio, sono moglie, madre, nonna e – da giorni – mentre cucino, stiro, vivo, le scrivo "dentro". Premono parole che devo dirle. Signor presidente del Consiglio, ho 58 anni, sono una donna semplice, abbastanza ignorante in fatto di politica, lo confesso. Zia G. no. Lei era l’esperta in famiglia. Quando era in vita l’adorava. Diceva sempre "Ul Berlusconi l’è inteligent! Se al va su lu al guvern, al sistema l’Italia!". Anche il nostro amico T. – arrivato in Italia dal Vietnam con i boat people scappati durante la famosa guerra –, che ci faceva ridere perché la chiamava "Bellucconi", aveva votato per lei e la pensava esattamente come la zia G. Lo abbiamo perso di vista. Chissa ora...Io leggo molto, vedo diversi telegiornali, certe riviste le sfoglio solo dal parrucchiere, e penso molto. Devo dirle due cose. La prima di cui mi sono accorta è che quando lei parla di "complotto" forse non ha tutti i torti. Più di una volta leggendo giornali e periodici anche cattolici, essendo cattolica, ho provato sconcerto: perché non dire un "Bravo Berlusconi" quando era il caso? Le ripeto, io sono una persona semplice, ma il piccolo è uguale al grande. Anche con un figlio, se tu non lo confermi i casi sono due: o si avvilisce o imparerà a confermarsi da solo. Ma "dentro" come starà? Tutti abbiamo bisogno di abbracci veri. Di riconoscimenti buoni. Di sentirci dire "Sono contento di te". Chi si proclama giusto, corretto, e poi agisce con una "squalifica" dell’altra persona puntuale, programmatica, sottile, dà modo appunto a quella di poter giustamente parlare di complotto, di ingiustizia. Governare accanto a chi ci odia deve essere terribile. Forse odio è troppo. Forse il concetto giusto è una frase: "Tu non vai comunque bene". E questo, per qualsiasi essere umano, per un cristiano, è inconcepibile. Credo siamo d’accordo su questo punto.La seconda cosa che voglio dirle, egregio presidente, è che anch’io e mio marito "aiutiamo", come dice lei. Ebbene, ho notato che le persone da noi aiutate sono fisicamente... "brutte". Tutte salvo una. I denti. La prima cosa che vedi messa male in un povero sono i denti. Ha notato? ... Che strano... Vedo infilarsi tante coincidenze. Non tornano più i conti. Forse la urta che si guardi alla sua vita, che lei chiama privata. Ci ho pensato. Credo sia normale che il gregge guardi al pastore, che il popolo in viaggio guardi al condottiero. Chi guarda a chi guida è logico debba guardare alto. Se, dunque, lei vuole condurci, la prego, in nome di zia G., di T., non scandalizzi i piccoli. Perché il cuore del problema è questo: non scandalizzare i piccoli. Lo faccia pure per me, anche se conto poco: non mi scandalizzi per favore, signor presidente».

Daniela Bocciardi Viganò, Seregno (Mb)

Trovo questa lettera molto bella e molto saggia, cara signora Daniela. E soprattutto so che è vera in ogni suo accento, so che le somiglia e che somiglia a tanti nostri lettori. È «scritta dentro» – come lei dice – anche a tante altre persone che s’informano, pensano (magari non tutte esattamente allo stesso modo, ma tutte con lo stesso spirito), capiscono il punto e non strillano per partito preso. La ringrazio per essersi affidata in questo modo ad Avvenire. Per aver unito le sue riflessioni e le sue preoccupazioni alle nostre.
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