Analisi. Perché il gender non serve contro bulli e femminicidi


Luciano Moia venerdì 24 febbraio 2017
Nei Paesi Ue dove si è puntato sull’approccio suggerito dalle teorie di genere i problemi non sono stati risolti, la microcriminalità giovanile e la violenza sulle donne continuano ad essere elevati
Perché il gender non serve contro bulli e femminicidi

Ma questa educazione di genere a chi serve? È davvero utile per combattere i cosiddetti stereotipi di genere? Serve realmente introdurre nelle scuola una “competenza di genere” per contrastare la discriminazione e l’omofobia? Se tra i programmi scolastici fosse stabilmente inserita l’educazione di genere, e magari anche il “linguaggio di genere”, potremmo meglio controllare fenomeni odiosi e inaccettabili come il bullismo, il sexting, la violenza sulle donne, o addirittura il femminicidio? La questione non è più eludibile dopo la bufera che ha travolto l’Unar (fondi pubblici per un progetto sociale destinati a un’associazione nei cui circoli si praticherebbe la prostituzione gay), ma anche dopo le polemiche che accompagnano stabilmente leggi come quella sull’educazione di genere, di cui la Commissione cultura della Camera ha proposto qualche giorno fa un testo unificato – considerato ambiguo e pericoloso dalle associazioni familiari – che servirà per arrivare alla discussione in Aula. Ma sotto osservazione c’è anche l’ormai famigerato comma 16 della legge sulla “Buona scuola” la cui formulazione ambigua, apparentemente favorevole alle teorie gender, ha convinto il ministero ad avviare la stesura di linee guida interpretative. Peccato che questi chiarimenti non siano mai arrivati, alimentando inevitabilmente disorientamento e sospetti.

Perché abbiamo ricordato il caso Unar? Perché l’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali era stato investito, fin dal 2012 (governo Monti, Dipartimento per le pari opportunità sotto la gestione Fornero), del compito di dare concretezza alla “Strategia nazionale contro le discriminazioni”. Un complesso pacchetto di iniziative di cui il cui primo capitolo era proprio dedicato all’educazione e all’istruzione. La vicenda dei tristemente noti volumetti dell’Istituto Beck ispirati alle teorie del gender e diffusi nelle scuole, poi ritirati, poi ancora diffusi senza troppo clamore e infine dissolti nel nulla dell’insignificanza, faceva proprio parte di quel disegno. Un progetto secondo cui sarebbe risultato urgente diffondere nelle scuole una cultura di genere anche attraverso «iniziative volte ad offrire ad alunni e docenti, ai fini dell’elaborazione del processo di accettazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere».

E poi, naturalmente, progetti secondo cui l’educazione di genere sarebbe risultata la terapia più efficace contro la discriminazione, il bullismo, la violenza di genere. Al di là dell’ambiguità della formulazione, che tradiva l’impostazione ideologica non a caso formulata grazie alla consulenza di 29 associazioni lgbt, nessuno si è mai interrogato sull’effettiva utilità del mezzo. Mettiamo da parte per un momento la difficoltà di definire in modo univoco l’espressione “educazione di genere”. Anche tra i pedagogisti le opinioni sono tanto diverse da apparire inconciliabili. Limitiamoci a due interpretazioni. Si tratta di un insieme di conoscenze che deve limitarsi a fornire informazioni per combattere modelli negativi e banalizzanti nella rappresentazione del maschile e del femminile in chiave antidiscriminatoria?

Oppure occorre scendere nel cuore delle relazioni interpersonali, addentrandosi nell’educazione all’affettività, ai sentimenti, alla sessualità, con un approccio che solo la malafede può presumere di mantenere su un piano informativo neutro, slegato dai valori e dal significato profondo della sessualità umana? In ogni caso la materia non può essere maneggiata senza quelle attenzioni e senza quella delicatezza richiesta da un approccio autenticamente educativo e, soprattutto, senza il coinvolgimento diretto e informato dei genitori. Attenzioni che nel testo unificato della legge in discussione alla Commissione cultura della Camera, vengono solo accennate, lasciando spazio al rischio che il ruolo della famiglia possa essere subordinato alla “professionalità” dei docenti.

Problemi reali, e anche drammatici, che lasciano però ancora irrisolta la questione centrale. Hanno senso gli sforzi per rimettere ordine nella marcia finora a senso unico dell’Unar, con una razionalizzazione dei programmi e una verifica dei finanziamenti? Ha senso affrontare un dibattito legislativo che s’annuncia lungo e difficile per definire l’educazione di genere e impedirne le derive facilmente immaginabili? E se poi questo approccio pedagogico non servisse per combattere discriminazioni e violenze? Se non fosse questa la strada giusta per opporsi al dilagare dei femminicidi? Il sospetto è stato avanzato dal Moige che proprio nel corso dell’audizione per la legge sull’educazione di genere, ha portato una serie di dati desunti dall’agenzia Onu ( United Nations Office on drug and crime). L’Italia ha un tasso di femminicidi dello 0,24 ogni centomila abitanti, cioè più basso di quello di Austria, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Svizzera, Finlandia, tutte nazioni considerate come modello avanzato di educazione di genere. Come mai in quei Paesi questo approccio pedagogico considerato d’avanguardia non ha funzionato? Le perplessità aumentano osservando che lo stesso flop educativo si riscontra per la battaglia contro il bullismo. Nei Paesi del Nord Europa – sempre quelli dove l’educazione di genere è affermata e certificata – i tassi della microcriminalità giovanile sono in media dieci volte superiori a quelli italiani. Anche su questo fronte quel tipo di approccio educativo si è rivelato un’arma spuntata. E nessuno sembra in grado di fornire spiegazioni esaurienti.

Che ci sia qualcosa che sfugge ai nostri ideologi delle gender theory è però evidente. Ìl caso Norvegia è noto, ma è utile ricordarlo. Il più avanzato centro di ricerca nazionale sul tema, il “Nordic gender institute”, si è visto sospendere i finanziamenti dal governo ormai tre anni fa, quando le statistiche locali hanno dimostrato che la battaglia per la parità di genere (comunque già molto radicata nei Paesi nordici) non aveva fatto un solo passo grazie all’educazione di genere. Torniamo ai femminicidi. Fermo restando che una sola donna uccisa per ragioni legate al genere risulta un fatto comunque inaccettabile, va anche detto che in Italia la media dei femminicidi appare costante da 15 anni. Ma che tipo di educazione di genere servirebbe per offrire soluzioni non velleitarie a questo problema? Forse, se vogliamo rispondere in modo non ideologico a questa ma anche ad altre emergenze, sarebbe necessario rivedere in fretta alcune convinzioni educative e convincerci che la pedagogia di genere, semmai riuscissimo a definirne i contorni in modo convincente per tutti, non può essere lo strumento decisivo per incidere sulla deriva di valori e sulla crisi relazionale che scombinano la nostra società. E non può esserlo soprattutto se questo impegno viene lasciato soltanto alla scuola, soprattutto sulla base di norme tanto contraddittorie, ignorando che quando si parla di differenza sessuale, di verità dei ruoli e dei modelli sessuali, di rispetto, di sentimenti, di affetti, si parla inevitabilmente di amore. E questo non si può fare secondo i commi di una legge e neppure secondo i modelli dell’Unar.

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