venerdì 15 gennaio 2010
COMMENTA E CONDIVIDI
Scene di inferno: le abbiamo viste e le vediamo, in internet e in televisione, le raccontano i reporter. E la discesa a Port-au-Prince ha i toni di una perigliosa discesa infera dal piccolo charter noleggiato faticosamente a Santo Domingo dalla troupe di una tv americana. Nelle riprese, l’approssimarsi all’inferno: le case crollate, i palazzi sventrati, voragini e in giro poche persone, quasi tutte a piedi. E poi, in un montaggio da incubo, alle immagini si fondono le frasi riportate, sentite o lette, la terra che ondeggia, la fitta nube di polvere che copre ogni cosa, tanta gente che stringe tra le braccia i corpi dei propri cari. Il fatto che quelle braccia e quei volti e quei cadaveri siano pressoché universalmente neri rende più angoscioso l’incubo: nella loro pelle nera c’è un precedente inferno nel quale l’uomo bianco – dall’età della conquista spagnola e francese e poi della pirateria inglese fino a oggi – ha fatto di quella gente bellissima una popolazione disperata, la più povera del mondo occidentale.Poi, accanto, anzi attorno alla tragedia, un fiume di notizie di segno inverso: i social network che vincono il black out telefonico, le voci che subito annunciano, comunicano, mettono in contatto, una frenesia immediata nella reazione del mondo. I primi gruppi che arrivano nella capitale rasa al suolo, medici, paramedici, attrezzature per creare ospedali da campo, un tam-tam incessante in tutto il globo, un messaggio ossessionante e litaniante, una sommessa e inconscia preghiera globale.Accadono cose senza tregua, il mondo pare muoversi all’unisono, un unisono paradossale, disordinato, squassato dal terremoto.Accade qualcosa, nella tragedia, qualcosa di antico e qualcosa di nuovo e strano.Accade l’angoscioso e spontaneo dilemma espresso e risolto ieri in un abbraccio dolente e vitale da Davide Rondoni: o maledire Dio o pregarlo (ed è naturale per ogni credente conoscere anche una parte dell’uomo che si ribella a Dio, senza la quale molto spesso avrebbe avuto poco senso accettarlo, e a volte desiderarlo). Ma il dilemma, che ci assedia, non è tutto. Accade, dolorosa, umile e potente, la preghiera consapevole e tutta offerta. E accade l’azione di chi magari non si sofferma sul senso che può avere una simile sventura, sul suo significato profondo («O Dio o il nulla governano il mondo»), ma si mette immediatamente in comunicazione con l’inferno per spegnerlo, non annullarlo ma attenuarne le devastazioni. Migliaia di uomini pratici e forse poco propensi al pensiero, che, per natura altruistica (esistono tali nature), per elementare istinto di solidarietà si mettono in moto.Così il dilemma s’inscrive in un contesto più vasto, imprevedibile, ricco e sorprendente: tanti uomini, di importanza mondiale come capi di Stato o delle Nazioni Unite, o del tutto sconosciuti, militari, tecnici, volontari, che senza porsi alcuna domanda si buttano al lavoro, al computer, al telefono, a raccogliere fondi, voci, appelli, o sbarcando con attrezzature sofisticate come siamo abituati a vedere in guerra…Accadono uomini che si lanciano verso l’eroica resistenza all’inferno, nel sogno di una ricostruzione impossibile (la vita umana non si restituisce in terra), ma che adombra la fede in qualcosa che superi la tragedia stessa, obbedendo, senza saperlo, al sogno che espresse in pieno Novecento il poeta Dylan Thomas: «E la morte non avrà dominio».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: