Quattro proposte per la ripresa. Per il lavoro non riforme ma interventi mirati


Gigi Petteni* mercoledì 13 settembre 2017

Caro direttore,
il lavoro nell’economia italiana si sta assestando su dati che ci portano finalmente oltre la crisi, ma non ancora in uno scenario sereno e positivo. È tempo ormai che governo e parti sociali escano dalla retorica della crisi, focalizzino meglio le nuove tendenze e sappiano mettere a punto politiche di supporto incisive ed efficaci. Alcuni segnali di cambiamento rispetto al recente passato sembrano ormai essersi affermati in modo netto: gli ammortizzatori sociali sono tornati a essere utilizzati in modo fisiologico e non più straordinario, aumentano i posti di lavoro e il numero di occupati in modo costante anche se insufficiente rispetto alle aspettative, rimane sulle spalle del Paese una disoccupazione cronica (soprattutto tra i giovani e le aree del Sud).

Il miglioramento del mercato del lavoro è anzitutto indubbiamente dovuto alla ripresa di una fase di crescita che da tempo mancava. Tuttavia è altrettanto oggettivo che le recenti riforme non hanno ostacolato, anzi hanno invitato le imprese a scommettere sul fattore lavoro. Dentro questo quadro positivo restano differenze e problemi strutturali che non si cancellano in una notte ma che ora vanno affrontati. Siamo convinti che al nostro Paese non servono nuove riforme del lavoro, neanche con un nuovo governo come fra pochi mesi avremo. Servono invece politiche mirate per colmare alcuni ritardi e inefficienze del mercato del lavoro italiano.

La Cisl prova con tenacia ad indicare alcune priorità, convinta che in questo imminente autunno si possano trovare convergenze utili sia tra le parti sociali che con le azioni di governo. 1) Cominciamo a rafforzare la ricollocazione di chi perde un posto di lavoro. Le politiche attive sono la grande novità, che in pochi hanno apprezzato, della riforma del Jobs Act. L’attuazione delle politiche attive è rimasta troppo sulla carta, ha pagato lo scontro stato-regioni, ha scontato tutti i ritardi e le resistenze tipiche di un Paese che pensa il lavoro ancora in modo burocratico. Le recenti sperimentazioni (avvio assegno di ricollocazione, caso Almaviva) segnano da un lato i limiti normativi della riforma, ma anche le grandi potenzialità. Occorre un salto di qualità, estendendo la pratica della ricollocazione ai lavoratori in esubero o licenziati e mandare a regime la messa a disposizione per tutti i percettori di Naspi dell’assegno di ricollocazione. Trovare un nuovo lavoro dopo averne perso uno va reso facile e possibile per chiunque.

2) La disoccupazione giovanile costituisce il più grande problema e dato negativo nel nostro mercato del lavoro. Non si tratta di una condizione ineluttabile. La principale medicina che può curare questo malessere è finalmente individuata (più sinergia tra scuola e lavoro, potenziamento dell’apprendistato duale e dell’alternanza), ma ha bisogno di tempo. Nel frattempo non siamo contrari a una nuova decontribuzione per stabili assunzioni di giovani come proposto dal governo, se questa non mortifica di nuovo l’apprendistato. Anzi ci piacerebbe e proponiamo una decontribuzione totale per assumere giovani in quelle professioni e mestieri che oggi sono di difficile reperimento nel mercato del lavoro. Se è vero che 1 assunzione su 5 non viene fatta per mancanza di competenze la soluzione è incentivare le imprese a costruire quelle competenze attraverso un contratto di apprendistato a zero contributi per chi assume un giovane da formare secondo un programma importante e sostenuto di formazione.

3) Le politiche del lavoro stanno finalmente scoprendo che la formazione permanente è una leva indispensabile per un Paese che deve recuperare posizioni sul terreno della produttività. Non si tratta solo di 'chiedere al governo', ma di mettere in campo una regia ben coordinata tra tutti i soggetti: ai fondi interprofessionali tocca il compito di offrire programmi di formazione più qualificati, alle parti sociali tocca il compito di regolare contrattualmente un migliore utilizzo della leva formativa estendendo la platea di lavoratori coinvolti (a partire da un nuovo uso e rilancio dell’istituto delle 150 ore), al governo deve competere una riflessione su come incentivare quella formazione che genera competitività.

4) Restano, infine, differenze territoriali e particolari che richiedono ulteriori interventi. Pensiamo al Sud (per il quale serve un piano qui sì di carattere generale di sostegno) e ai lavori a basso salario o a limitato orario di lavoro (come ad esempio il crescente problema dei part time involontari) per i quali vanno messe in campo politiche di compensazione e di sostegno adeguate e mirate, ai lavoratori con un contratto a tempo determinato che devono essere sostenuti di più nelle transizioni per toglierli dalla precarietà.

Il lavoro, insomma, va pensato e letto non più con le lenti del passato, ma con quelle del cambiamento. Questo vuole dire rafforzare diritti e tutele in occasione delle transizioni e non limitarsi più a concepirle in funzione di un rapporto stabile. E rendersi conto che l’economia attuale richiede sempre più un lavoro di qualità e non solo flessibile. Concentriamoci come parti sociali, insieme al governo, a stabilire un’area di convenienza e di strumenti sufficienti che avvantaggino sia l’impresa sia il lavoratore: solo così il Paese potrà uscire dalla stagione delle polemiche, modernizzare il mercato e assicurare ai lavoratori tutele concrete, moderne e degne.

*Segretario confederale Cisl

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