sabato 28 agosto 2010
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Nelle spaventose inondazioni che hanno travolto milioni di abitanti del Pakistan, anche loro hanno perso tutto: casa, proprietà, la vita di tanti parenti e amici. Come milioni di altri sfollati, anch’essi hanno spesso solo gli abiti che indossano e bambini da proteggere e sfamare. Ma ciò che li rende diversi dagli altri profughi, verrebbe da dire "inferiori" – per usare un termine sinistro – è il loro credo religioso. Centinaia di migliaia di cristiani e indù devono ora affrontare un’ulteriore prova: quella di essere marginalizzati, spesso volutamente dimenticati, dalle autorità nazionali nella distribuzione dei soccorsi. Nel marasma di difficoltà oggettive, impreparazione, incapacità organizzative, la notizia che gli appartenenti alle minoranze religiose siano discriminati negli aiuti, spesso deliberatamente ignorati in modo da non risultare nei conteggi ufficiali, sembra qualcosa di incredibile, una mostruosità figlia di un razzismo aberrante. Le tragedie come questa, si dice, avvicinano gli uomini e permettono di superare diversità e antichi rancori. Non sembra che ciò stia avvenendo nelle terre dell’Indo, purtroppo. E ciò rischia di rendere l’immane tragedia ancora più dolorosa, aggiungendo perplessità e inquietudine agli sforzi internazionali di assistenza. Per certo è sorprendente anche il silenzio con cui è stata accolta dai media la denuncia delle discriminazioni. Difficile trovarne traccia nei grandi network d’informazione, come se si trattasse di un dettaglio trascurabile. Ampia risonanza, al contrario, per le minacce dei guerriglieri jihadisti, che hanno definito «inaccettabile» la presenza di cooperanti stranieri. Un’intimidazione apparentemente controproducente questa dei taleban, che rischia di ostacolare un’azione d’aiuto internazionale già avviatasi con lentezza. Ma in realtà funzionale all’obiettivo jihadista di indebolire ulteriormente il Paese, di isolarlo, di mostrare che il governo e le Forze armate non hanno la capacità di controllare la situazione. Al di là della loro capacità di colpire davvero i volontari stranieri (i taleban stanno per lo più nel Nord-Ovest, mentre il grosso delle inondazioni ha colpito il Pakistan orientale), è per loro funzionale il propagandare l’immagine di una società ostile al mondo esterno. Che colpisce perfino chi li aiuta: tanto meno l’Occidente si interessa del Pakistan, tanto più risulta agevole la loro azione. È quindi una partita strana – e molto cinica – quella che si gioca fra le devastazioni delle piene. Da un lato i militari – vero Stato nello Stato – che si pongono come unico elemento capace di aiutare la popolazione, a tutto svantaggio del governo civile la cui farraginosa e corrotta burocrazia sembra incapace di fronteggiare l’emergenza. Il presidente Zardari è di fatto a un bivio: può accreditarsi definitivamente quale interlocutore della comunità internazionale, superando le diffidenze per il suo ambiguo passato e la fragilità della sua posizione politica, oppure finire trascinato politicamente dall’inondazione. A tutto vantaggio dei militari o, peggio ancora, dei movimenti islamici radicali pachistani, per i quali un governo civile debole e non credibile favorisce un loro ulteriore rafforzamento. Per questo motivo deve essere chiaro alle autorità di Islamabad che non solo i fondi e gli aiuti che stanno affluendo dovranno essere gestiti in modo trasparente, ma anche che il Pakistan, nell’aiutare i milioni di suoi cittadini sfollati, deve rifuggire da ogni odiosa e inaccettabile discriminazione verso le proprie minoranze religiose. Che già da troppi anni vivono in Pakistan in una condizione di precarietà e di inferiorità politica e sociale.
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