Il presidente, apparso stordito, ha perso il confronto con Romney. E ora Obama deve decidersi a giocare la carta delle diseguaglianze


Vittorio E. Parsi venerdì 5 ottobre 2012
Ma che fine ha fatto Barack Obama nel primo dibattito televisivo che lo contrapponeva allo sfidante Mitt Romney? Lo sguardo perso, la testa bassa, le risposte evasive e la paura di attaccare. In termini rugbystici, sembrava un giocatore stordito, incapace di aggredire la palla, di andare oltre la linea del vantaggio, timoroso della collisione. Eppure, alla vigilia, lo scontro appariva fin troppo facile, con Romney che era reduce da una serie di gaffes da commedia cinematografica: e invece il mormone milionario ha stravinto il confronto. Viene davvero da chiedersi dove sia finito il brillante Obama di quattro anni fa, che in molti hanno paragonato a un Kennedy nero proprio per la capacità di suscitare empatia, di bucare il video, di far sognare gli spettatori... E invece ieri Romney sembrava il JFK del celebre duello televisivo di oltre 50 anni fa e Obama ricordava l’impacciato Nixon, che poi le elezioni le perse...Ovviamente è presto per dire che la partita è andata, e però questa inattesa debacle rischia di lasciare il segno, tanto più che il presidente non è riuscito a passare al contrattacco neppure sul tema della riforma sanitaria che pure gli sta talmente a cuore da essere stato disposto a scommettere il tutto per tutto pur di realizzarla nel primo mandato. A grande maggioranza gli americani che hanno assistito al dibattito hanno giudicato Romney più credibile in tutti i settori in cui si esplica la leadership presidenziale: dalla politica estera a quella economica e persino a quella sociale. Difficile davvero capire che cosa sia passato per la testa del presidente al punto da vederlo rinunciare a battersi in maniera così plateale. Certo le argomentazioni di Romney intorno alla crisi economica, il suo addossarne la responsabilità anche alle politiche presidenziali descritte come confuse e indecise, non erano facili da rintuzzare. Romney sarà anche uno che elude le tasse e che si muove in maniera spregiudicata sul mercato, ma resta un imprenditore di successo nella rappresentazione di moltissimi americani. È questo conta più delle gravi gaffe in cui ogni tanto incorre, tanto più in un momento in cui gli americani vorrebbero solo potersi affidare a qualcuno che li convinca di avere la ricetta idonea a portarli fuori dalla crisi economica. È evidente che la proposta di Romney implica l’acuirsi della diseguaglianza in un’America già fin troppo diseguale. Ma in questi decenni la rivoluzione conservatrice ha prodotto uno slittamento del senso comune del ceto medio verso una concezione sempre più competitiva e darwiniana del mercato (mentre ha riequilibrato una deriva liberal sui temi bioetici). Poco importa che quello stesso ceto medio sia risultato sempre più impoverito proprio dalle politiche debitrici verso queste impostazioni... In questi ultimi venti, trent’anni i conservatori hanno sottratto ai liberal l’egemonia culturale in questo Paese che apparteneva loro dai tempi del New Deal di Roosevelt, e così, sollevare il problema della crescente diseguaglianza che sta distruggendo il sogno americano – come denunciato da Paul Krugman, Robert Reich, Joseph Stiglitz e tanti altri – diventa sempre più difficile. Perché rischia di far passare chi lo fa per un "radicale", qualcosa che evidentemente un presidente nero che ha realizzato una riforma sanitaria per cui viene accusato di voler trasformare gli Stati Uniti in un Paese socialista, una sorta di "Paese europeo", non può permettersi di affrontare troppo a cuor leggero. Tantomeno il giorno dopo che torna a circolare un video politicamente imbarazzante in cui l’attuale presidente, oltre quattro anni fa, accusava l’amministrazione di George W. Bush di non essersi abbastanza impegnata a favore delle vittime dell’uragano Katrina perché in maggioranza erano di colore. Come si sa, tutto ciò che ha a che fare con le questioni razziali deve essere maneggiato con estrema cautela negli Stati Uniti, sempre timorosi che disordini come quelli di Los Angeles South Central possano riesplodere da un momento all’altro. E sollevare la questione dell’uguaglianza espone alle accuse di essere un "radical". Ma sarà bene che Obama si decida a farlo se vuole ancora lottare per la presidenza. Perché senza affrontare di petto tale tema, senza dire chiaro e tondo al suo sfidante che le politiche da lui proposte non farebbero che ampliare un divario già oggi inaccettabile, non potrà mai rintuzzarne le argomentazioni. E non potrà mai vincere quel secondo mandato cui aspira per provare a completare un lavoro appena abbozzato.
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