Un dibattito a tratti surreale. Non si gioca coi vaccini


Danilo Paolini giovedì 20 aprile 2017

Virologi ne abbiamo? E infettivologi? Immunologi? Biologi? Pediatri? Ne abbiamo. A frotte, a milioni, in doppia cifra percentuale sul totale della popolazione. Troppi, insomma. Se fosse una storia di fantasia, si potrebbe intitolare Tutti esperti, ovvero i vaccini al tempo dei social network. Purtroppo, però, non è fantasia ma una bislacca, paradossale realtà quella che ci troviamo a vivere in questi giorni in Italia. Il tema, comprensibilmente, agita e interroga le coscienze, suscita paure più o meno razionali, alimenta sospetti nelle menti più inclini al complottismo. Al resto ci pensa l’ormai imprescindibile Rete: post, commenti, blog, tweet amplificano in un attimo quella che una volta sarebbe rimasta chiacchiera da bar, lamentela da ufficio postale, sparata da mercato rionale. E rendono l’opinione del distinto ragioniere del piano di sotto o del ferramenta all’angolo verità scientifica o, almeno, parere autorevole tanto quanto quello di un redivivo Albert Sabin. Non sarà mica un caso, del resto, se è ormai invalso l’(improprio) aggettivo «virale» per definire un contenuto che va forte su internet. Non importa, poi, se si tratta di un articolo documentato o della più improbabile delle bufale.


Ma non ci permettiamo qui di fare il verso a Umberto Eco né intendiamo dare indegnamente seguito alle critiche che Karl Popper rivolse più di vent’anni fa alla «cattiva maestra televisione». Con altrettanta chiarezza, non abbiamo alcuna intenzione di aggiungerci all’enorme massa di esperti della materia per la ragione più semplice del mondo: non lo siamo. Quindi, chi vuole sapere se i vaccini fanno male o fanno bene può interrompere qui la lettura. Non avrà difficoltà a trovare altre fonti alle quali abbeverarsi. L’unico rischio reale è di andare in confusione, perché in giro si trova tutto e il suo contrario. Si trova il servizio di Report sul vaccino anti-Hpv, certo. E si trova il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, secondo il quale in quella mezz’ora di tv «sono stati vanificati anni di lavoro».


In effetti, dal discorso su quel tipo di vaccino l’"esperto collettivo" italiano ha preso subito lo spunto per far riemergere la polemica sulla presunta nocività di tutti i vaccini. E la polemica, si sa, impiega meno di un secondo a passare dal merito alla faziosità. Diventa derby, ring, tribuna politica. Se il mio avversario è a favore delle vaccinazioni, io sono contro. Da noi succede un po’ su tutto, per la verità, dalla legge elettorale alle direttive europee. Ma è ancora più triste quando questa propensione alla rissa verbale si applica a temi che riguardano la salute e la vita di tutti, esperti (veri o sedicenti) e no. Forse è un altro frutto avvelenato che abbiamo ereditato dal ventennio del bipolarismo muscolare.


Si dice che l’Italia ha 60 milioni di allenatori di calcio. A navigare in internet in queste ore si potrebbe concludere che gli scienziati siano appena un po’ di meno. E che, come i primi, spesso si lascino guidare dal tifo più che dalla perizia. Però il calcio è un gioco (o almeno dovrebbe esserlo), la scienza no.

P.S. Di virologi bravi ne abbiamo davvero, così come di biologi, infettivologi eccetera. Magari (senza fideismi scientisti e senza presunzioni) lasciamo fare a loro, che dite? Possibilmente senza costringerli a emigrare all’estero perché qui non trovano lavoro, o perché quando lo trovano sono precari e sottopagati. Oppure, ancora, perché sono stati ingiustamente coinvolti in un’inchiesta giudiziaria e sbattuti in prima pagina, come è accaduto a Ilaria Capua. Sì, quella che ha scoperto il vaccino contro l’influenza aviaria.

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