Lettere ad Avvenire. Nel dolore abbiamo ancora bisogno di Uno che sia risorto


Le nostre voci di Marina Corradi venerdì 21 aprile 2017

Caro Avvenire,
notizie, profili Instagram, giornali, talent show, C discorsi al parco... la Pasqua è sparita. Pare che tutto ci muova tranne l’essenziale. La gente ha altri interessi. I ragazzi che ti vedono fuori dalla Chiesa con la stola viola in una brevissima pausa dalle confessioni ti guardano come un marziano. I potenti fanno a gara a chi ha la bomba più grande, a chi riesce a distruggere di più. Abbiamo ancora bisogno di Uno che sia risorto? A chi interessa la Pasqua, quella vera, fatta di carne e sangue, di flagelli, chiodi, sputi, bastonate, urla, morte e di risurrezione? C’è un popolo silenzioso, discreto, di cui nessuno parla che non ha rinunciato a cercare il senso del vivere. C’è un popolo che preferisce imparare a stare in piedi stando in ginocchio. C’è un popolo che si ridesta, non segue il potere, il pensiero unico e viene a chiedere, a domandare, a mendicare. Famiglie sfasciate, litigi che si trascinano da anni, silenzi con Dio diventati troppo lunghi, peccati noiosi, lacrime di bambini per la divisione dei genitori, lacrime dei vecchi che non smettono mai di accompagnare i figli... e vengono a chiedere perdono. E piangono. Come piangono i bambini davanti al volto ritrovato della madre che avevano smarrito in mezzo alla folla. C’è un popolo che documenta che Cristo è vivo. Lo documenta più nei propri peccati perdonati che non nei suoi successi. Nel silenzio del quotidiano affronto della vita, più che nelle straordinarie imprese dei famosi. Nella sua unità, più che nel narcisismo dei sapienti. Per questo c’è bisogno che Uno sia risorto.

don Simone Riva Cinisello Balsamo (Mi)

«I ragazzi che ti vedono fuori dalla Chiesa con la stola viola in una brevissima pausa dalle confessioni ti guardano come un marziano...». La Pasqua vista da un parroco dell’hinterland milanese, dove si affollano i capannoni industriali e i grandi centri commerciali: che nella notte si illuminano, giganteschi, come fossero cattedrali. «Pare che ci muova tutto tranne che l’essenziale», osserva il sacerdote. E in effetti così stridente è il contrasto fra la Pasqua degli esodi in autostrada, delle vacanze, della televisione accesa nelle case, e la memoria della vera Pasqua, del massacro di un innocente, degli sputi, degli insulti. Di quel corpo appeso a una croce che esala l’ultimo respiro, e poi, bianco e immoto, viene calato nel sepolcro. È così difficile oggi, serbare almeno in sé il silenzio del Sabato santo. E, mancando la percezione della morte attraversata da Cristo, anche la gioia della Resurrezione è sminuita. Accade tutti gli anni, lo sappiamo, ci siamo abituati. Abbiamo ancora bisogno di Uno che sia risorto? A guardarsi attorno superficialmente, si potrebbe dire di no. Ma quello stesso sacerdote ha nella mente le ore in confessionale, dove approdano i dolori e i mali di cui altrimenti si tace. Famiglie sfasciate, tradimenti, abbandoni. Eppure è proprio nel dolore che noi uomini impariamo di non bastarci, di non essere autosufficienti. La morte di qualcuno di caro ci mostra drammaticamente quanto bisogno abbiamo, di Uno che sia risorto. Perché se Cristo non è risorto dai morti “la nostra speranza è vana”, e quel volto caro non lo rivedremo mai più. Come una saracinesca di acciaio che cada con fragore, definitiva, sui nostri affetti e ricordi. Se quell’Uno non è risorto, anche la nostra morte è per sempre. Ma, testimonia don Riva da Cinisello Balsamo, provincia di Milano, nella Pasqua dell’anno 2017, c’è ancora un popolo che sfugge al pensiero unico, che a Pasqua si inginocchia, mendica, domanda. Un popolo che testimonia che Cristo è vivo nella quotidianità magari monotona del lavoro, negli affanni, nelle amicizie. Lo guarderanno forse come un marziano quel prete con la stola viola i ragazzi, in piazza; e tuttavia magari un giorno si ricorderanno di quello strano uomo che alla vigilia di Pasqua era lì. Gratuitamente, ad ascoltare, a perdonare, a ridare una speranza.

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