venerdì 30 dicembre 2016
Dal salvataggio di Mps vengono alla luce i tanti limiti di un sistema, anche europeo. Cosa cambiare per tutelare di più i risparmiatori
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Da che esistono le banche, il loro funzionamento si fonda sulla fiducia che i correntisti e gli obbligazionisti della banca ripongono sulla sua solidità. Se il correntista non fosse sicuro di poter ritirare i propri denari al bancomat quando vuole, si genererebbe quella che si chiama una "corsa allo sportello" con tutti i clienti che andrebbero a ritirare i propri soldi. Questo farebbe andare a gambe all’aria anche la banca più solida in quanto i denari raccolti vengono tipicamente impiegati dalla banca sotto forma di prestiti a lungo termine che non possono essere smontati velocemente. In questo caso si dice che la banca ha un problema di liquidità. Una banca può andare in crisi anche perché non ha un capitale sufficiente per sopportare le perdite derivanti dall’operatività ordinaria. Il Monte dei Paschi soffre soprattutto del secondo problema a causa dell’ammontare elevato di crediti deteriorati, ma, negli ultimi mesi, ha anche sofferto sul fronte della liquidità per una emorragia di depositi.

Il salvataggio del Monte dei Paschi ci mostra quanto sia pericoloso giocare con la fiducia dei risparmiatori. La storia recente è presto fatta: dopo l’esito negativo del referendum costituzionale, è svanita la possibilità per la banca di raccogliere cinque miliardi tramite un aumento di capitale così come richiesto dalla Bce, il Governo ha stanziato venti miliardi per il sostegno del sistema bancario e ha avallato la nazionalizzazione della banca. Per evitare contenziosi, il Governo ha deciso di salvaguardare i quarantamila possessori di obbligazioni subordinate che avrebbero dovuto subire una perdita secondo le indicazioni della direttiva europea sulle crisi bancarie e della Commissione europea in materia di aiuti di Stato, il cosiddetto burden sharing. È ancora da vedere che questo intervento passi l’esame dell’Europa, ma sembra che ci sia un assenso di massima. Con una decisione che ha sorpreso anche gli addetti ai lavori, dopo Natale la Bce ha deciso di innalzare a quasi nove miliardi il fabbisogno di capitale. Le ragioni sono di natura "tecnica" ma l’effetto è stato quello di minare la credibilità dell’intervento statale che avrebbe dovuto stabilizzare il sistema. La vicenda Monte dei Paschi è a tutti gli effetti una bella frittata. Cerchiamo di trarre qualche "lezione" dall’accaduto.

La prima considerazione riguarda l’inadeguatezza del sistema messo a punto con l’Unione Bancaria Europea per i salvataggi bancari. Il famoso bail-in secondo cui non deve essere lo Stato a intervenire per salvare una banca in difficoltà. Gli oneri devono essere in primo luogo a carico degli azionisti e degli obbligazionisti. L’obiettivo è di impedire che i banchieri adottino comportamenti spregiudicati con la consapevolezza che se le cose vanno male sarà lo Stato a intervenire. In astratto l’argomento non fa una grinza: gli azionisti e i possessori di obbligazioni hanno la possibilità di controllare i manager e quindi devono essere i primi a pagare. L’argomento non fa però i conti con la realtà: mettere in campo un processo di questo tipo per una banca rilevante come Il Monte dei Paschi è impossibile in quanto rischia di generare una perdita di fiducia dei risparmiatori che si rifletterebbe sull’intero sistema. Per ovviare a questo problema, la direttiva sulle crisi bancarie prevede la possibilità dell’intervento di ultima istanza dello Stato a condizione che i possessori di obbligazioni subordinate subiscano una perdita (burden sharing). Il caso Monte dei Paschi ha dimostrato come nel caso di una grande banca l’intervento dello Stato rischia di essere la regola piuttosto che l’eccezione. Questo non riguarda soltanto l’Italia, si può star tranquilli che il governo tedesco non assisterebbe inerme al bail-in di Deutsche Bank. Questo porta con sé un ulteriore limite dell’attuale assetto: con la vigilanza europea si voleva recidere il legame tra vigilanza bancaria e mondo politico. In tutti i Paesi al mondo, le crisi bancarie sono sempre state gestite dall’autorità di vigilanza di concerto con le autorità politiche. La vicenda Monte dei Paschi, ma anche quella delle quattro banche popolari nel 2015, mostra come le autorità politiche (in Italia ma non solo) non vogliano (o forse non possano) farsi da parte. Difficile dire se sia un bene o un male ma occorre prenderne atto.

Pur essendo in una situazione di debolezza per l’elevato debito pubblico, la politica è tornata a farsi sentire anche perché l’Eba (European Banking Authority) e la Bce si sono mosse in modo goffo. Un presupposto naturale per delegare un determinato ruolo a un’autorità indipendente è che la materia del contendere sia ben definita in termini tecnici. Le cose non stanno così. Nel 2016 l’Eba e la Bce hanno promosso una tornata di stress test delle banche con regole tutt’altro che neutre e con un occhio di riguardo verso i titoli derivati che stavano soprattutto nei bilanci delle banche francesi e tedesche. La Bce ha reso pubblico il risultato imponendo una sorta di automatismo tra regole e decisioni di vigilanza. Trasparenza e regole inflessibili (che sono tutt’altro che neutre e spesso lasciano spazio alla discrezionalità ad esempio nella valutazione di un piano industriale) si sono rivelate un binomio infernale in quanto hanno finito per indebolire banche che non versavano in buona salute. La Bce ha quanto meno un problema di comunicazione nell’esercizio del suo ruolo e non è un problema da poco in quanto la sensazione, giusta o sbagliata che sia, di regole fatte apposta per gli altri finisce ancora una volta per minare il grado di fiducia dei risparmiatori.

Le lezioni non finiscono qui. La crisi bancaria italiana è molto profonda. È stata a lungo sottovalutata dalle autorità di vigilanza italiane e dai governi che si sono succeduti. Il problema Monte dei Paschi è sul tappeto da almeno cinque anni, le nostre autorità hanno sempre tergiversato escludendo l’intervento statale. Si sono battute strade improbabili, è vero che il vincolo sul debito pubblico limitava assai il margine d’azione, ma il risultato è che si interviene in ritardo avendo minato il grado di fiducia dei risparmiatori e con un esborso molto rilevante. Un pessimo risultato. Un ultimo punto riguarda la salvaguardia dei possessori di obbligazioni subordinate. Anche qui assistiamo all’atteggiamento ondivago del Governo che ha salvato tutti gli obbligazionisti del Monte e ha invece fatto una selezione per quelli delle quattro banche popolari. Il rischio è che possa finire tutto a tarallucci e vino, con i contribuenti che pagheranno a piè di lista. Non un bel messaggio e comunque ci permettiamo un’osservazione: ammettendo – come nei fatti lascia intendere il governo, e non è così – che tutti i possessori di obbligazioni subordinate siano stati truffati, non è l’ora che Banca d’Italia ma soprattutto la Consob inizino a multare le banche e i loro amministratori per le loro pratiche scorrette? Un Paese serio avrebbe già provveduto. È l’ora che chi porta delle responsabilità dell’accaduto paghi il conto e che non sia soltanto il contribuente a farlo. Altrimenti la fiducia dei risparmiatori sarà compromessa in modo irreversibile.

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