giovedì 28 settembre 2017

«La speranza, non è virtù per gente con lo stomaco pieno». Ieri il Papa, in Udienza generale, è tornato a parlare di speranza, e dei suoi nemici. Perché la speranza ha i suoi nemici. E quello più grande, su cui ieri Francesco si è concentrato, è l’accidia. Parola poco usata nel linguaggio quotidiano, e il cui significato è da molti forse dimenticato. Accidia, la “tristezza del bene” di san Tommaso, peccato capitale diffuso e però, magari, nemmeno riconosciuto. L’indifferenza, il vuoto, la noia di chi, adagiato in ciò che ha, non desidera più niente, non aspetta. L’opposto della speranza, che, appunto, è la virtù di chi non ha neanche metaforicamente lo stomaco pieno, di chi si mette in cammino. I poveri, i migranti che fuggono dalla miseria e dalla guerra per i loro figli, sono figura della speranza. Quella speranza degli uomini che meraviglia perfino Dio, ha detto il Papa citando il poeta Charles Peguy («Che quei poveri figli – scriveva Peguy – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina»...).


Accidia, invece, è avere «un’anima vuota». È il «demone del mezzogiorno» dei monaci antichi, che infiacchisce e assopisce. È quando «le giornate diventano monotone e noiose, e più nessun valore sembra meritevole di fatica». Accidia, «che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto». E Francesco ha fatto l’esempio di un giovane ricco, che abbia già tutto, e più niente da desiderare. E ha commentato: «A volte, avere tutto dalla vita è una sfortuna». Viene da pensare a certi ragazzi delle nostre cronache, che dalla noia sono tratti in giochi crudeli di violenza. Vien da pensare a certa parte di noi d’Occidente, sazi, seduti, inebetiti sui social network in mille parole vuote. E, all’opposto, a quel movimento possente, epocale di migranti che sfidano il deserto e il mare, e bussano, alle porte.

L’accidia, ha continuato Francesco, è un rischio da cui nessuno può dirsi escluso. Il «demone del mezzogiorno» intorpidisce, toglie lucidità. Non si sa più perché si sia tristi, e perché ogni giorno tutto sembri uguale. Non che si sia diventati cattivi. Ma, continuava il poeta Peguy nello stesso “Portico del mistero della seconda virtù”, dopo il passo ricordato dal Papa, «C’è qualcosa di peggio che avere un’anima cattiva. È avere un’anima abituata. Si sono visti i giochi incredibili della grazia e le grazie incredibili della grazia penetrare un’anima cattiva e anche un’anima perversa, e si è visto salvare quel che sembrava perso. Ma non si è mai visto bagnare quel che era verniciato, non si è visto attraversare quel che era impermeabile, non si è visto intridere quello che era abituato».

Anime impermeabili, anime blindate. Sazie abbastanza da non desiderare, da non commuo-versi, da non riconoscere Dio nel volto negli uomini. Sazie da non stupirsi, e da non aver pietà. (Somiglia, questa antitesi fra speranza e accidia, all’urto di mondi cui assistiamo, fra quelli delle barche e quelli che rabbiosamente urlano: “Fuori!”) E tuttavia riguarda personalmente anche noi l’«anima vuota» di cui dice il Papa. Ci riguarda se siamo spesso tristi, senza capire perché. Chi non spera, è triste, perché non attende nulla. Una tristezza come una palude, in cui si sprofonda quasi senza accorgersene. (Che abbia a che fare, la dimenticata accidia, con la attuale diffusione epidemica della depressione?) Ma come trarsi da questa fanghiglia, con le proprie forze? Francesco suggerisce una preghiera semplice, di poche parole: «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore».

È una preghiera antichissima, cara al monachesimo ortodosso, è la preghiera dei “Racconti di un pellegrino russo”, dove quelle parole venivano ripetute continuamente, al ritmo del cammino. Come un respiro, come una porta dischiusa alla grazia, che si faccia largo, e sciolga la palude della noia. Come un raggio di luce secante nell’ombra delle anime vuote. Delle anime non cattive, ma impermeabili; delle anime abituate, che non si lasciano traversare da niente.

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