martedì 24 maggio 2016
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«La vostra felicità non ha prezzo», ha ricordato il Papa ai ragazzi che qualche domenica fa affollavano San Pietro per il loro Giubileo. Prendendo sul serio la domanda di cui è impastato il loro cuore, così come il nostro, lo ha detto ai più giovani per richiamarlo a tutti: l’uomo è fatto per la felicità, e nulla potrà mai essere offerto in cambio di essa, che ci dia soddisfazione. Non vi è categoria antropologica che meglio della felicità esprima la natura del cuore umano, quella trama elementare di evidenze ed esigenze inesauribili con cui cresciamo, ci muoviamo ed entriamo in rapporto con tutti e con tutto. San Tommaso ne era così convinto da porla al centro della sua riflessione su ciò che di più caro abbiamo nella vita: «Il sommo bene dell’uomo è la felicità», scriveva prima dell’estate del 1259. Per meno di essa non vale la pena di vivere, né sulla terra né in cielo. Perché potessimo goderne una caparra ora e il tutto per sempre – il centuplo quaggiù e l’eternità, del capitolo 19 del Vangelo di Matteo – Dio ha pagato per noi un riscatto che non ha prezzo: la morte di suo Figlio (se ne accorse anche Giuda che trenta denari non fanno felice un uomo, e li gettò via prima di togliersi la vita). Mentre san Tommaso elenca meticolosamente ciò in cui non consiste la felicità e papa Francesco provocatoriamente ha detto ai ragazzi che «non è una 'app' che si scarica sul telefonino», le agenzie di stampa lanciavano una notizia virale quanto surreale: trovati i geni della felicità. Quale scoperta più affascinante potrebbe uscire dai laboratori di genetica umana – che solitamente ci annoiano con i risultati di ricerche, difficili da capire per i non addetti ai lavori, sulle cause delle malattie (di cui molti preferirebbero non sentire parlare) – se non la risposta a una domanda sommamente interessante per tutti: da cosa dipende la nostra felicità? Ma a una domanda che riscalda da sempre il cuore dell’uomo, giunge una risposta fredda come il ghiaccio in cui si preparano in laboratorio i reattivi per amplificare a catena le sequenze del Dna. È proprio vero – mi è stato chiesto in questi giorni – che a decidere della nostra felicità sono alcune sequenze delle quattro 'lettere' con cui è 'scritto' il nostro genoma? Basta leggere il resoconto scientifico del folto gruppo di ricercatori, apparso online su Nature Genetics, per rendersi conto che si tratta di un’altra (e ben più rigorosa) questione: a venire associate ad alcune varianti genetiche che differiscono tra i soggetti di una popolazione non sono la 'felicità' e il suo conseguimento – un’esperienza qualitativa che solo l’interessato può autenticamente testimoniare, legata al suo vissuto interiore e alla storia individuale e di relazione con altri soggetti e con l’ambiente, e che nessuna misura oggettiva quantitativa può ridurre a parametri statistici significativi, aventi valore di norma – bensì tre «fenotipi» (caratteri misurabili) che fanno riferimento al «benessere», ai «sintomi depressivi» e al «nevroticismo». Sono stati individuati tre polimorfismi genomici che correlano con il primo, due con i secondi e undici con il terzo. Come il professor Meike Bartels ha dichiarato, le tre varianti genetiche interindividuali associate al benessere psicologico (che della felicità, intesa come categoria antropologica integrale legata al senso della vita e del suo destino, è uno dei fattori, ma non l’unico né il decisivo) «rendono conto solo di una piccola frazione delle differenze tra gli esseri umani» quanto a felicità. Un interessante studio di neurogenetica molecolare, corposo e ben disegnato, che ci aiuterà a capire come alcuni geni e le loro proteine contribuiscono allo sviluppo e al funzionamento del sistema nervoso centrale. Nulla di più. La felicità non sta in un programma, né quello elettronico che fa funzionare i nostri smartphone, né quello genetico che orchestra i nostri neuroni cerebrali. La vita ha bisogno di programmi, ma non sono i programmi – anche quelli di maggior successo – a renderci felici. È quello che cerchiamo, non quello che abbiamo, a dare un senso, cioè una direzione e un significato, alle nostre giornate e ai nostri anni. E la felicità piena, che è godere pur attraversando ogni circostanza, non ce la possiamo dare da soli, né è scritta nel nostro Dna. Lo aveva intuito lucidamente sant’Agostino: «Cercando Te, Dio mio, io cerco la felicità».
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