sabato 4 novembre 2017

La Bibbia non è il mio testo sacro, anche se egualmente ne avverto la sacralità, che ricavo dalla sua capacità di assorbire l’urlo del mondo. L’urlo di dolore di Geremia è quasi tutto ululato. Giobbe ulula. Isaia anche. Quindi è uno strano testo sacro fatto di disperazioni, fallimenti e di un’implacabile fede in un Dio che non risponde
Guido Ceronetti, da un'intervista del 2013


«La parola che il profeta Geremia disse a Baruc, figlio di Neria, quando egli scriveva queste parole in un libro sotto la dettatura di Geremia nel quarto anno di Ioiakìm: così YHWH, ha parlato per te, Baruc: "Poiché tu hai detto: guai a me, poiché il Signore aggiunge tristezza al mio dolore. Sono sfinito a forza di piangere e non riesco a trovare pace". Così ha parlato YHWH: "(…) Desideri qualcosa di grande per te? Non desiderarlo, poiché io manderò la sventura su ogni uomo. A te farò dono della tua vita come bottino, ovunque tu andrai"». (
Geremia 45, 1-5).

È molto bello che una tradizione biblica (il testo greco dei Settanta) abbia voluto concludere il libro di Geremia con questa benedizione a Baruc. Geremia lascia il suo libro con una parola di YHWH per il suo discepolo. Non sappiamo molto di Baruc. Quel segretario-notaio compare nel libro di Geremia all’interno del grande racconto dell’acquisto del campo in Anatot (capitolo 32). Poi divenne molto più di un segretario-scriba. Lo accompagnò nelle tremende ore della presa di Gerusalemme, trascrisse due volte le sue parole nel rotolo (cap. 36), le lesse nel tempio alla comunità, e poi lo seguì in Egitto. Il testo data questa benedizione più di venti anni prima dell’occupazione babilonese. Ma il redattore finale del testo – forse Baruc stesso – violando la successione cronologica dei fatti, colloca questa benedizione in Egitto, al termine della vita di Geremia. Come un testamento, che può essere scritto in qualsiasi momento della vita, ma che diventa efficace, e si rivela, solo alla fine. Come le vocazioni, che si svolgono nel tempo-kronos ma si capiscono soltanto alla fine, in quel tempo-kairos diverso e unico. Forse Baruc dovette aspettare più di venti anni, attraversare le prove di Geremia e le sue, per comprendere il senso di quella benedizione. La comprensione di queste parole diverse richiede sempre tutta la vita, e qualche volta una vita non basta.

Baruc è immagine del buon discepolo di un profeta. È stata la penna della voce. Ha imparato le parole di YHWH ascoltando le parole di Geremia. Ma le sofferenze e le angosce sono state simili ("sono sfinito a forza di piangere"), forse, in certi momenti decisivi, sono state le stesse. Questo sodalizio ci svela alcune dinamiche tipiche del rapporto tra un profeta (e colui/colei che ha ricevuto un carisma) e i suoi discepoli. All’inizio c’è un incontro con il profeta, in contesti diversi. Baruc, forse, lo conosce lavorando, facendo il suo mestiere di scriba-trascrittore di un contratto. Quel laicissimo contratto diviene un sacramento di un’altra chiamata decisiva, che stravolge la sua vita e il suo lavoro. La chiamata del discepolo del profeta è una vocazione distinta e unita a quella del profeta. Il profeta riceve la parola direttamente da YHWH. Anche il discepolo riceve una parola diretta e personale, ma la comprende soltanto in rapporto dinamico con il profeta. Baruc sa che non può svolgere il suo compito, non può capire la sua parola e compiere il suo destino, non può fiorire senza un legame profondo, misterioso ma essenziale con il compito, il destino e la fioritura di Geremia. Ma anche la vita del discepolo è "un corpo a corpo" personale, non è soltanto un seguace del profeta. Vive una sequela multipla: del profeta, della voce che parla nel profeta, della voce che parla nella sua anima. La fatica e la bellezza tipica dei discepoli dei profeti sta nel rimanere e crescere in questo specifico trialogo. A certi profeti può essere sufficiente ildialogo, per i discepoli c’è bisogno di un numero in più, il due non basta. Per questa ragione l’errore tipico e comunissimo di chi segue un profeta è ridurre il trialogo al dialogo: o perché si annulla la voce nella propria coscienza, o perché si salta il profeta per attingere direttamente alla sorgente delle parole facendo a meno del profeta («desideri qualcosa di grande per te?»), o perché – il caso più comune – si identifica la voce del profeta con quella di YHWH (e il profeta diventa idolo). Si diventa discepoli adulti se non si riduce il tre al due.

Il discepolo, allora, ha un ruolo attivo, dinamico, responsabile, creativo. Un discepolo che è solo discepolo non è un buon discepolo. Baruc col tempo è diventato anche compagno, socio, consigliere, forse co-autore di parole, che quando da Geremia diventarono parole scritte furono anche parole di Baruc. La Bibbia – come la vita – è grande perché è più grande delle parole dei suoi protagonisti principali. Chissà se nelle lunghe attese della parola, come durante quei lunghissimi dieci giorni nell’accampamento di Betlemme (42,7), Geremia non abbia dialogato con Baruc, non abbiano condiviso il senso di quel silenzio, le incertezze, le paure, le speranze. C’è forse traccia di questi dialoghi segreti anche nell’accusa che gli rivolgono quei superstiti: «Baruc, figlio di Neria, ti istiga contro di noi per consegnarci nelle mani dei Caldei» (43,3). Chi è stato o è discepolo di un profeta conosce bene questi dialoghi silenziosi, gli accompagnamenti penosi dell’anima, la ricerca della propria non-luce negli occhi dell’altro, e qualche volta ha anche toccato con mano la co-scrittura di parole donate. Se Baruc di Geremia fosse stato soltanto un semplice segretario, il suo nome non sarebbe stato scelto più tardi per un libro biblico e per altri scritti apocrifi e apocalittici.

Se, dunque, è vero che il discepolo ha un bisogno assoluto del profeta, è anche vero che il profeta ha bisogno dei suoi discepoli, di almeno uno. Chissà quanti profeti non hanno lasciato traccia per l’assenza di Baruc, o perché i loro Baruc non sono stati adulti, fedeli e resilienti come i loro profeti. C’è questa reciprocità misteriosa al cuore della vita carismatica del mondo, che fa della profezia, che è forse l’esperienza più individuale che esista sotto il sole, anche una esperienza collettiva, che trasforma una voce interiore in una realtà sociale. Ma in questo rapporto tra Geremia e Baruc c’è anche una splendida immagine di ogni paternità e genitorialità. Il figlio raccoglie la nostra parola, scrive il nostro nome. Assiste e accompagna le nostre sofferenze, i nostri fallimenti, la nostra fedeltà, la nostra infedeltà. Sigilla l’acquisto del nostro campo, e alla fine vede che non torniamo a casa, perché quel campo comprato non era per noi. Raccoglie il nostro testamento. Il figlio non può entrare in quella sfera intima della coscienza dove ognuno ascolta da solo la propria voce, ma ci aiuta a capirla e interpretarla con la sua sola presenza. Un giorno, poi, riceve la nostra ultima benedizione, e noi ci accorgiamo che non abbiamo potuto risparmiargli le sofferenze e le angoscia di tutti, e che l’unico dono vero, "bottino" ed eredità, è stata, semplicemente, la vita. E poi usciamo di scena, sperando di aver fatto semplicemente il nostro dovere, fino alla fine. Ogni figlio scrive la nostra promessa, è testimone, è eredità, è notaio del nostro testamento. È alba della mezzanotte.

Non sappiamo molto sul Geremia della storia, ma sappiamo molto, quasi tutto, del Geremia del suo libro. E questo ci basta. Il suo libro non ci parla degli ultimissimi giorni di Geremia, né della sua morte. Scompare come Mosè, come Isaia. Non muoiono da eroi, perché non hanno vissuto da eroi. Hanno ricevuto una vocazione, un compito, una missione, e l’hanno soltanto svolta, fino alla fine. Vivendola ci hanno però insegnato che cosa vuol dire una vocazione, quale è il significato di una parola ormai dimenticata e cancellata dalla nostra generazione: per sempre. E poi se ne vanno, come se ne vanno gli amici, i genitori, i maestri. E noi restiamo più soli. Questo Geremia, sedotto dal suo Dio, ha sedotto noi. Siamo diventati un po’ simili a Baruc. Magari lo abbiamo incontrato anche noi mentre lavoravamo – cosa c’è di più vocazionale del lavoro? –, e poi ci ha sedotto con le sue parole immense e infinite, e abbiamo liberamente deciso di seguirlo. Abbiamo assistito alla caduta di Gerusalemme e dei nostri templi – Geremia non ci seduce né ci cambia se non lo leggiamo seduti sopra le rovine delle nostre religioni, del nostro popolo, dei nostri sogni più grandi. E poi lo abbiamo visto "incollare" un giogo, spezzare una brocca, torturato e in carcere, e abbiamo gioito quando un eunuco lo ha liberato. Quindi lo abbiamo seguito in Egitto, siamo stati deportati con lui, finiti in mezzo agli idoli dorati e luccicanti. Abbiamo ascoltato ancora una volta la sua condanna dell’idolatria, abbiamo capito che la tentazione dell’idolatria era dentro di noi e abbiamo provato a ricredere a quella parola nuda e invisibile e diversa. E oggi abbiamo ascoltato questa ultima benedizione, e abbiamo sentito che era, che è, anche per noi: «A te farò dono della tua vita come bottino, ovunque andrai». Per scoprire che questa benedizione di Baruc è molto simile all’altra benedizione donata da Geremia all’eunuco etiope (39,18), uno scartato, uno straniero, una vittima. Le benedizioni dei profeti sono soprattutto benedizioni per le vittime, dei poveri, dei perseguitati, dei miti, degli afflitti. Conoscono solo queste beatitudini. Ce le ripetono, ce le ripeteranno sempre, eterni mendicanti del nostro ascolto, che sarà sempre troppo piccolo.


Anche noi dobbiamo ora lasciare che Geremia esca di scena. Non senza quel dolore tipico e grande di chi si congeda da un amico vero. Sa, spera che torni, ma il distacco fa male, sempre. E anche questa volta, a conclusione del commento per "Avvenire" del sesto libro biblico, la mia ultima parola vuole essere un grazie plurale, grande, sincero, commosso. Alla Bibbia, perché continua a nutrirmi senza saziarmi. A Geremia, maestro immenso di vita, compagno necessario per imparare il mestiere del vivere. Grazie a voi lettori che, come Baruc, avete seguito con me Geremia in questo lungo cammino durato sei mesi, che sono volati via, perché "un giorno con i profeti è come mille anni altrove". E come e più di sempre, grazie al Direttore Marco Tarquinio che continua a farmi dono della sua fiducia generativa. Da domenica prossima sono d’accordo con lui di riprendere il discorso sulle Organizzazioni a Movente Ideale (Omi), certo che le parole donateci da Geremia ci aiuteranno a conoscere un po’ meglio la grammatica degli ideali che diventano organizzazioni e comunità.
«E mi disse il Signore: il mondo non sarà dimenticato». (Apocalisse Siriaca di Baruc, IV).


l.bruni@lumsa.it

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