Ludopatia, parola errata e inadeguata. Vero, meglio usare «azzardopatia»


Marco Tarquinio martedì 10 gennaio 2017

Gentile direttore,
è da tempo, per non dire da sempre, che è in atto la disputa tra i favorevoli e i contrari al gioco d’azzardo. Ci sono i patiti che, una volta assuefatti, non riescono più a farne a meno e ne sono psicologicamente dipendenti e affollano i casinò, oppure le sale delle macchinette mangiasoldi. E c’è la maggior parte della gente che vi vede la rovina delle famiglie attraverso i dissesti finanziari e morali dei giocatori incalliti, conclusi talvolta con il suicidio. È entrato ormai nel linguaggio quotidiano il neologismo ludopatia, nel senso di patologia del gioco d’azzardo. È usato continuamente in televisione, alla radio, sui giornali. Personalmente, però, lo trovo del tutto sbagliato. Il termine, che pur sembra correttamente costruito, deriva dalla parola latina ludus, che significa effettivamente giuoco, e dal greco pathia ( pathos), che significa malattia. Ma, se si vuole andare a fondo dell’origine, la parola ludus esclude il significato dell’azzardo. Secondo il Calonghi Badellino, autorevole dizionario latino, ludus significa divertimento, giuoco da ragazzi, scherzo, svago, battuta, anche ironia. Non è indicato nessun significato che comporti il concetto di azzardo e nemmeno di rischio. Ci sono, perciò solo riferimenti comportanti gioia, letizia, sport, anche scherno, ma solo in un clima “positivo”. Perciò l’azzardo non ha nessuna parentela con ludus e quindi ludopatia non ha senso. Secondo la stessa fonte sopra citata il termine latino che comporti il concetto di azzardo o di rischio è alea, che significa proprio rischio. È la parola usata da Giulio Cesare quando stava passando il Rubicone: « Alea iacta est », il dado è tratto, contro il Senato romano. Infatti, quale rischio si accingeva a correre... Pertanto, meglio sarebbe ricorrere ad aleapatia, che diventerebbe un altro neologismo. Che ne dice?

Vittorio Castagna - Verona

Che cosa ne dico? Credo, gentile signor Castagna, che lei sappia benissimo di sfondare qui ad “Avvenire” una porta aperta... E posso dirle di trovare decisamente efficace il suo ragionamento teso a dimostrare l’inadeguatezza del termine ludopatia per indicare il mal d’azzardo che affligge i giocatori compulsivi e chi vive a contatto con loro, come ci ha appena ricordato il caso di quel padre ammalato di slot che è arrivato a dimenticare per ore il figlioletto chiuso in un’automobile gelida. Con la stessa franchezza, però, le dico anche che l’alternativa che lei propone, e cioè il termine aleapatia, mi pare ben motivato eppure non convincente. Lo trovo eccessivamente ricercato e poco immediato, pieno di vocali e neanche facilissimo da pronunciare. Ecco perché, dopo aver sostenuto la battaglia politica e morale degli allora ministri Renato Balduzzi e Andrea Riccardi che nel 2012 riuscirono a far riconoscere la patologia del gioco d’azzardo compulsivo, effettivamente chiamata quasi da tutti ludopatia, abbiamo preso a sistematicamente scrivere e parlare sulle nostre colonne e negli incontri a cui partecipano giornalisti di “Avvenire” di azzardopatia. Un termine preciso, diretto, inequivocabile e assolutamente conseguente con il concetto guida di una campagna informativa sul tema che abbiamo fatto nostra e ingaggiato da tanti anni: «L’azzardo non è un gioco», mai. Ci pensi, gentile e caro amico. Non è necessario, forse è inutile e potrebbe addirittura rivelarsi fuorviante e controproducente unire due termini antichi, tra latino e greco, per tentare di far capire in modo sintetico di quale “mostro” stiamo parlando, perché si possono benissimo usare un’attualissima parola italiana e una classica parola greca. Azzardopatia, appunto. Lo considero un altro passo per smetterla con la malsana abitudine di parlare (in italiano o in latino) di “gioco” a proposito di macchinette mangiasoldi, scommesse e affini. Il gioco è una cosa seria e sempre buona. L’azzardo è una questione seria e sempre cattiva. L’azzardopatia è il male, a molte facce, che va riconosciuto, arginato, curato, guarito.

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