L'orribile tragedia di Francavilla al Mare l'indignazione e la morte della pietà
venerdì 25 maggio 2018

Gentile direttore,
scrivo per chiedere la rimozione immediata dell’articolo apparso nella vostra sezione online “Opinioni” del 22 maggio 2018 intitolato «La tragedia tre volte mortale di Francavilla al Mare/1. L’ultima battaglia di un uomo» a firma di Marina Corradi. L’articolo in questione è oltremodo offensivo per tutte le donne e per chi lotta contro la violenza sulle donne ogni giorno poiché perde di vista il punto focale della vicenda: descrive come vittima quello che vittima non è, ovvero colui che ha ucciso e questo non è giustificabile. Empatizzare con un uomo che ha ucciso la figlia e, forse, la moglie, senza un apparente motivo è molto pericoloso e riduce a nullo il lavoro di tanti, donne e uomini, che contro la società che “empatizza con l’assassino” lottano ogni giorno. Per questo motivo ne chiedo la rimozione a nome mio, a nome di quella ragazzina uccisa da un uomo di cui si fidava, a nome di tutte le donne uccise da uomini di cui si fidavano e a nome di tutti quelli che lottano veramente per fare in modo che questi fatti non accadano. Certa della sua comprensione, porgo cordiali saluti,

Giulia Vanni

Signor direttore,
come può Marina Corradi raccontare la tragedia dal punto di vista dell’uomo, senza una parola per moglie e figlia premeditatamente uccise in modo così brutale?! Sono indignata come donna e come cristiana... Solo Dio può giudicare, ma noi possiamo inorridire.

Stefania Lacquaniti

Signor direttore,
ho letto online l’articolo di Marina Corradi sulla tragedia di Francavilla. L’ho letto e l’ho riletto perché non riesco tuttora a capacitarmi. Nell’articolo si commisera l’uomo (e solo l’uomo) che ha ucciso sua moglie e sua figlia perché, pover’uomo, non è riuscito a vincere la sua battaglia se non uccidendo se stesso e tutta la sua famiglia. Questo uomo che freddamente ha scagliato la moglie dal balcone, è andato a prendere la bambina dalla casa dei nonni, l’ha portata in un posto studiato, dato che sapeva dell’esistenza del varco, ha scaraventato una bambina da 40 metri e poi, dopo ore in cui non ha nemmeno permesso ai soccorritori di avvicinarsi alla piccola che lui stesso aveva ammazzato, si è lanciato nel vuoto. Posso anche concordare che sia una tragedia. Lo è. Ma questo è un articolo che simpatizza, scusa, giustifica un assassino di una donna e di sua figlia. C’è un articolo sul sito “Globalist” che esprime al meglio il mio sconcerto. Rimuova quell’articolo e chieda scusa.

Silvia Rossini

Caro direttore, abbiamo letto con rammarico sul tuo giornale l’articolo a firma di Marina Corradi sulla tragedia di Francavilla al Mare, che tanta indignazione sta suscitando in queste ore. Ci ha subito scosso il titolo «L’ultima battaglia di un uomo» per una persona che ha appena ucciso la figlia e, si viene a sapere, anche la moglie. Un articolo infarcito di frasi di comprensione e pena per il femminicida – che trascura completamente le vittime – e di tutti quei luoghi comuni che con il Manifesto di Venezia cerchiamo di contrastare, sottolineando la pericolosità dei messaggi così trasmessi ai lettori. Ci spiace che proprio un giornale come “Avvenire”, così attento ai diritti delle donne e delle bambine e così schierato contro la violenza sulle donne, abbia dato con questo articolo un cattivo esempio di ciò che non si deve scrivere approcciando questi argomenti. Confidiamo in una pubblica presa di distanza da parte tua. Con stima

Alessandra Mancuso presidente Cpo Fnsi
Monica Andolfatto segretaria Sindacato Giornalisti Veneto


Queste quattro lettere, ricevute ieri nell’esatta sequenza in cui ho deciso di pubblicarle, mi hanno impressionato. I nostri lettori conoscono l’impegno netto e chiaro di “Avvenire” sulle questioni sollevate in esse: la difesa del posto e della vita delle donne nelle nostre società, la serena e forte battaglia per l’affermazione – come mi piace dire – della «stessa altezza» tra uomo e donna, la lettura rigorosa del fenomeno dei femminicidi. I nostri lettori e non solo loro, ma anche tanti altri, lettori di libri, conoscono e amano la straordinaria sensibilità umana, la cristiana e speciale scrittura di Marina Corradi. Ecco perché queste lettere mi hanno impressionato. Mi hanno impressionato per ciò che dicono con toni diversi, che è molto chiaro e che è ovviamente importante ed è comunque testimonianza di una sensibilità ferita che, in quanto tale, va rispettata e presa sul serio. Ma soprattutto per ciò che rivelano. Vediamo. Tre lettere sono di persone, tre donne, che dimostrano o dichiarano di essere lettrici del solo “Avvenire.it”, cioè del nostro sito online e non del nostro giornale cartaceo e digitale. Probabilmente si tratta di lettrici occasionali, preziose e importanti come ogni altro lettore e lettrice, ma evidentemente niente affatto consapevoli di che cosa “Avvenire” – e dentro il nostro lavoro comune la stessa Marina Corradi – faccia e di come lo faccia su questo fronte. L’ultima è di due colleghe giornaliste che stimo e che sostengo nel loro impegno informativo e all’interno della nostra categoria sui temi della parità uomo-donna e della violenza contro le donne. Nella prima lettera, quella della signora Vanni, e in quest’ultima lettera, quella delle colleghe Andolfatto e Mancuso, ci sono due elementi decisivi per capire la questione con cui intendo misurarmi. Nella prima si cita non solo il titolo, ma anche l’occhiello che lo precede e che termina con un numero: 1. Il commento di Marina Corradi è infatti il primo di due commenti “gemelli” pubblicati il 22 maggio, ad accertamenti ancora in corso sui drammatici fatti eppure a vicenda già delineata nei suoi elementi portanti: il commento di Corradi concentrato sull’uomo terribilmente protagonista della tragedia di Francavilla; l’altro, dello scrittore (e avvocato) Giovanni D’Alessandro, concentrato sulla anomala e orribile struttura di quell’assassinio-suicidio che ha cancellato una famiglia e sconvolto la comunità di Francavilla al Mare. Chiunque vada sul nostro sito li trova appaiati e corredati del relativo pezzo di cronaca. Ogni soggetto ed elemento è chiamato col proprio nome e ha rilevanza: colpevole, vittime, situazioni, reazioni. Eppure nell’ultima lettera si parla dell’«articolo che tanta indignazione sta suscitando in queste ore». Si parla di un articolo al singolare, anche se la lettera arriva da due colleghe capaci e profonde. Certamente capaci di “leggere” la struttura di un commento a due voci, femminile e maschile, con fuochi diversi e complementari. Commenti relativi a un orribile, disperato e disperante fatto di sangue che ha un colpevole certo, ma nel suo lento e impreciso delinearsi ha tutto tranne che, come aveva saputo cogliere in anticipo e con grande finezza D’Alessandro, le caratteristiche fredde o, al contrario, roventi di uno degli altri femminicidi o familicidi che segnano purtroppo questo nostro tempo. Eppure di familicidio e infanticidio e femminicidio si è trattato, come è poi stato confermato, e di una sterminata e sterminante lotta con la sua stessa disperazione e follia di un uomo su cui si è chinato lo sguardo di donna di Corradi. Come trasformare questa “lettura” proposta sulle pagine del giornale che dirigo e da me progettata, lettura criticabile liberamente, ma che non si può amputare di una delle sue parti se non costruendo una caricatura, in una pagina “di empatia con l’assassino”? Con una piccola campagna all’insegna dell’indice puntato e del Marina Corradi si vergogni e Marco Tarquinio si scusi e l’articolo venga rimosso e cancellato e fatto idealmente a pezzi. Cosa che si sono premurate di fare una collega giornalista sul sito “Globalist” e una blogger sul sito del “Fatto Quotidiano”... Non certo le colleghe Andolfatto e Mancuso, che ringrazio della stima e del limpido riconoscimento dell’altrettanto limpido impegno di “Avvenire” per le donne uccise, stuprate e in qualunque modo oppresse e “usate”. Ma so bene quanto e come montano e quanto e come mentono certe 'campagnette' via internet (e social) che producono «tanta indignazione». Ne subiamo di cicliche, e ci arrivano addosso dalle più diverse direzioni, ma non ci fanno perdere voce e serenità e determinazione. E non ci facciamo zittire o limitare nell’informazione e nell’opinione proprio perché 'campagnette' di questo tipo non propongono soltanto una libera critica, ma vogliono punizione e ludibrio e censura. No, non censuro e non mi faccio censurare. Accetto critiche e malcomprensioni, faccio i conti con l’errore se in coscienza ritengo di averlo compiuto o lasciato compiere, ma non censuro. Non amputo della sua parte femminile, dedicata a un uomo che ha ucciso e che si è ucciso, la duplice riflessione che ho deciso di offrire ai lettori tra il 21 e il 22 maggio 2018. E continuo, accanto a Marina, a vivere, a credere e a lavorare schierato senza esitazioni dalla parte delle vittime e convinto che “pietà non è morta” e si potrà fare giustizia senza vendetta e informazione senza anatemi se ci sarà qualcuna e qualcuno che sa accostarsi persino a un assassino e guardare e vedere il «pover’uomo», straziato dal male, che lui è.

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