mercoledì 28 ottobre 2009
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Nel magico mondo di Narnia, la straordinaria invenzione letteraria per bambini di Clive Staples Lewis, il maggiore dei quattro fratellini protagonisti della lotta all’ultimo incantesimo contro la malvagia strega Jadis, il saggio Peter Pevensie, riceve nel folto di una foresta due doni che lo aiuteranno al momento della battaglia decisiva: uno scudo e una spada. Non sembri incongruo evocare l’immagine partorita dalla fantasia dello scrittore irlandese, nel giorno in cui la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle entrate mettono in moto centinania tra ispettori e militari, sguinzagliati presso 76 filiali di banche e altre istituzioni finanziarie svizzere presenti in 22 città di nove regioni. Obiettivo dichiarato: verificare il rispetto delle norme sulle segnalazioni alle autorità finanziarie (in pratica, la banca dati del Fisco) delle operazioni sospette. Giusto una settimana fa, il direttore dell’Agenzia, Attilio Befera, annunciava l’arrivo dei primi flussi di denaro in rientro nella Penisola grazie all’operazione "scudo fiscale". Allo stesso tempo ribadiva che, con il varo a fine settembre della discussa sanatoria, finalizzata al rientro dei capitali nascosti all’estero, sul fronte della lotta alla fuga dei capitali nei paradisi "off shore" siamo realmente «alla fine di un’epoca». E in precedenza le più diverse fonti governative, durante il tormentato iter parlamentare del provvedimento dal quale si attendono non meno di 5 miliardi di euro di entrate aggiuntive (ma segretamente se ne sognano parecchi di più), avevano giurato che, in cambio dell’ennesimo strappo ai codici, l’impegno anti evasione dello Stato sarebbe stato moltiplicato. Ma diciamo la verità: di annunci improntati al rigore più tetragono in certe materie ne avevamo ascoltati fin troppi. Almeno a partire da quando, all’incirca a metà degli anni 70, aveva preso piede l’italianissimo andazzo dei condoni, prima fiscali e tributari e poi edilizi, sempre a carattere più o meno "tombale": destinati cioè, in teoria, a non essere mai più ripetuti, ma poi puntualmente rilanciati, con grande scorno di chi ha continuato a rispettare con scrupolo le leggi e a versare tutto il dovuto all’Erario pubblico. Per questo va accolta con qualche soddisfazione la messa in campo di un intervento che, a quanto pare, non ha precedenti sulla scena nazionale. Soprattutto se, come assicurato di nuovo ieri, altre campagne di controlli saranno attuate nelle prossime settimane, allargando anche la platea degli operatori finanziari interessati. Sempre con l’obiettivo – appunto – di affiancare allo scudo di protezione per chi accetta di riportare in Italia fondi illegalmente trasferiti altrove, la sacrosanta "spada" delle legalità. Non possiamo mai dimenticare, del resto, che all’attitudine di nascondere ingenti gruzzoli nelle banche di stati e staterelli più compiacenti, corrisponde quasi sempre, in patria, l’inclinazione a produrre redditi il più possibile in nero. Il che provoca un doppio danno al sistema Paese: prima sfuggendo all’obbligazione tributaria, poi evitando che quelle risorse finanziarie tornino in circolo, in modo da contribuire alla crescita complessiva della ricchezza nazionale. In termini più concreti, ciò significa impedire da un lato che la pressione fiscale su famiglie e imprese venga ridotta a una misura più tollerabile, dall’altro che maggiori risorse finanziarie vengano rese disponibili, sotto forma di credito aggiuntivo, per industria e servizi e in prospettiva per nuova occupazione. Non è dunque consigliabile, tanto meno mentre ancora siamo avviluppati dalla "foresta" di una crisi mondiale particolarmente intricata, riporre nel fodero la spada della severità e della giustizia. Molto meglio continuare a brandirla con decisione. Anche per rendere davvero credibile la convenienza di uno scudo la cui protezione, come si sa, ai furbi di casa nostra non costa neppure tanto.
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