martedì 25 giugno 2013
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Come era ormai inevitabile, il ministro dello Sport e Pari opportunità Josefa Idem si è dimessa. La carriera politica della campionessa di canoa, che tante gioie olimpiche ha regalato all’Italia nella sua vita da atleta, si è arenata in una vicenda nella quale si intrecciano un po’ confusamente piccole irregolarità, faccende familiari, eccesso di deleghe a tecnici e persone forse non educate al culto della trasparenza e della correttezza nella gestione delle pratiche amministrative. Dispiace che questo debba accadere a una ministra, se non altro per quello che si è ascoltato in questi giorni, a conferma che nei confronti delle donne ci sono freni inibitori che cadono ancora troppo facilmente e ancora troppo spesso, pur se si tratta di freni verbali. Forse però non è un caso che tutto questo sia accaduto a una donna, quasi a ricordare che anche in politica, e non solo in famiglia e nel lavoro, alle donne è comunque sempre richiesto un sovrappiù, anche di vigilanza e di attenzione. I meriti conquistati sul campo e nella vita non assolvono, come si vorrebbe. Non è del tutto chiaro quale sia stato l’errore. E questa è già una sconfitta per un ministro. In tanti giorni Idem non è riuscita a precisare la scorrettezza contestata. Nemmeno dopo una conferenza stampa nella quale poco è stato detto e pochi hanno capito e dalla quale nessuno è stato convinto. Da una parte sembra che vi sia un’Ici non pagata sulla casa-palestra, ma se è vero che la questione è stata sanata con il ravvedimento operoso, strumento perfettamente lecito, non vi sarebbe molto di grave, se non un rilievo morale comunque importante. Emergerebbe poi una vicenda, formalmente corretta ma non esemplare, di contributi previdenziali versati dal Comune di Ravenna quando Idem era assessore e dipendente di un’impresa del marito. E c’è la vicenda della palestra che sempre il marito avrebbe concesso in uso alla società sportiva Jajo Gym, così chiamata dalla iniziali dei figli: qualora venisse accertata la sussistenza di un’attività commerciale, anche minima, allora si potrebbe ravvisare l’abuso edilizio. Un reato penale. La procura di Ravenna ha aperto un procedimento senza ipotesi di reato. Tutto è ancora da dimostrare. Chi scrive è certo della buona fede dell’ormai ex ministro. Difficile allenarsi, vincere ori, crescere due figli, e conoscere anche i dettagli dell’Ici della palestra. Tutti noi abbiamo più o meno delegato a qualcuno alcune fastidiose incombenze della nostra esistenza, sperando che non vengano commessi errori. Il problema è che un politico dovrebbe anche dimostrare di sapersi fidare e saper delegare le persone giuste. Altrimenti ha perso la sua gara. Ci sarebbe peraltro da notare che Josefa Idem una piccola fortuna l’ha avuta: quella di essere una sportiva impegnata nello schieramento "giusto". Fosse stata un ente non profit di ispirazione cattolica, una congregazione religiosa, un oratorio, un’associazione che gestisce una scuola materna, una Onlus vicina alla Chiesa, e via dicendo, quelle realtà e quella stampa che oggi la difendono sull’Ici-Imu l’avrebbero giudicata colpevole a prescindere dal rispetto delle regole, condannata senza concederle né un processo né tantomeno il diritto di replica. A un ministro che si dimette assumendosi le proprie responsabilità va il massimo rispetto. Capitasse più spesso. L’augurio è che Josefa Idem possa avere il tempo e la serenità per dimostrare la sua innocenza o quantomeno la buona fede, e per questo essere creduta. Il rammarico, vero, è che come titolare delle Pari opportunità avrebbe potuto fare molto per le donne, remando contro i tanti e resistenti luoghi comuni. Ha fallito proprio dove avrebbe dovuto riuscire: dimostrare di essere più brava e più attenta anche degli uomini che a casa si occupano dei suoi affari.
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