L'anno che viene non è un tuffo nel buio. È la memoria il motore di speranza
venerdì 22 dicembre 2017

Caro Avvenire,

la fine dell’anno porta sempre con sé il momento dei bilanci, piccoli, personali e grandi. Girando sui siti dei quotidiani ci sono già le varie raccolte delle notizie più lette, dei video più cliccati, dei fatti di cronaca, di politica, di sport che – a loro dire – hanno contrassegnato l’anno. Poi, più semplicemente, uno passa in rassegna le “notizie” della sua modesta vita quotidiana, avvenimenti felici e fatti luttuosi, doni ricevuti e delusioni patite, e tanti giorni passati così, nella routine di giornate normali. E di tutto cosa rimane, alle fine di un anno? Come conservare o riacquistare uno sguardo grato per tutto quello che ci è accaduto? Ogni fine anno, ci affacciamo all’inizio di quello nuovo, con una strana speranza, con tanti piccoli e grandi propositi. Su quali base sarà migliore di quello appena passato?

Mi è tornata in mente una frase di Charles Peguy: «Per sperare bisogna essere molto felici, bisogna aver ricevuto una grande grazia». È forse questo il segreto di quella strana speranza, magari inconsapevole o dimenticata, che ci fa brindare allo scoccare della mezzanotte?

Maria Grazia Napoli Milano

Mi ha sempre meravigliato, nella notte di Capodanno, il vedere come anche nei luoghi e nelle case dei più poveri e sfortunati si festeggi: quanto si attenda con ansia lo scoccare dell’anno nuovo, e come in un gran rito collettivo si marchi questo passaggio con brindisi, e fuochi d’artificio, e tappi di bottiglie che saltano con un botto, lasciando andare generoso lo spumante. Ho sempre osservato queste feste, cui pure partecipavo, con una tacita domanda che è in fondo la stessa posta dalla lettrice: sapendo cosa riserva la realtà, come si fa, ogni anno, a sperare ancora?

Indubbiamente, mi sono detta crescendo, abita gli uomini una tenace testarda speranza. Abbiamo scritta dentro una tensione, un’attesa istintiva di vita; e per quanto provati o messi alle corde, risorge sempre la speranza che i giorni a venire siano migliori. È una speranza che può virare anche sull’irrazionale, e che qualcuno, e anzi molti, alimentano leggendo oroscopi, che scrutino nel futuro e annuncino abbondanza. Allora quell’istinto naturale di vita può cadere nell’illusione, nell’autoinganno.

Ma come si fa invece, davanti al calendario nuovo e immacolato, a nutrire una speranza che sia cristiana e realistica? Anni fa, nell’ottobre 2011, Benedetto XVI in un’Udienza parlò del rapporto tra memoria e speranza. Misi da parte quel testo. Benedetto partiva dal Salmo 136, il Grande Hallel, quello che viene cantato al termine della Pasqua ebraica ed è un inno di lode e grazie a Dio per ciò che ha fatto per Israele. La struttura fondante del Salmo, spiegava il Papa, è che «Israele si ricorda della bontà del Signore. In questa storia ci sono tante valli oscure, ci sono tanti passaggi di difficoltà e di morte, ma Israele si ricorda che Dio era buono e può sopravvivere in questa valle oscura, in questa valle della morte, perché si ricorda. Ha la memoria della bontà del Signore, della sua potenza; la sua misericordia vale in eterno».

E questo, aggiungeva Benedetto, è importante anche per noi: avere memoria della bontà di Dio: «La memoria diventa forza della speranza. La memoria ci dice: Dio c’è, Dio è buono, eterna è la sua misericordia. E così la memoria apre, anche nell’oscurità di un giorno, di un tempo, la strada verso il futuro: è luce e stella che ci guida». Imparare dunque a fare memoria di tutto il bene che ci è stato dato nella nostra vita: madre e padre, famiglia, amici, insegnanti, lavoro, malattie e guarigioni, sconfitte e rinascite, e via via tutti i volti e le circostanze che ci hanno accompagnato, anche nel dolore. Ripercorrendo la nostra storia possiamo ricostruire la trama sottesa di un disegno che ci ha condotto. Riconoscendo quel percorso come in filigrana comprendiamo che possiamo fidarci, e affidarci. Che l’anno che viene, sconosciuto, non è un tuffo nel buio, ma l’andare verso il compimento di noi. Così la memoria diventa realmente motore di speranza. Autentica, però, e fortemente radicata: non attesa superstiziosa che si culla nel frastuono dei fuochi d’artificio. Quei botti della mezzanotte, che mi hanno sempre fatto pensare a bambini che fanno rumore, perché hanno paura del buio.

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