martedì 27 dicembre 2011
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Toccare con mano ancora una volta che il nostro povero mondo conti­nua «a essere intriso di sangue inno­cente », per usare le parole di Benedet­to XVI all’Angelus, non può che generare nel cuore «profonda tristezza». Il riferi­mento è agli orribili attentati perpetra­ti a Natale contro le comunità cristiane della Nigeria, rivendicati dalla setta e­stremista islamica Boko Haram. La do­manda che da più parti viene posta è se sia davvero possibile affermare su sca­la planetaria, e nel contesto delle sin­gole nazioni, una società multietnica e multireligiosa in grado di attenuare le contraddizioni del mondo. La risposta non è affatto scontata, se si considera quanto è avvenuto lo scorso fine settimana nel più popoloso Paese africano. Mentre si dà per certo che il terrorismo della Mezzaluna sia un in­sieme di obbedienze, intolleranze e vio­lenze infarcite di fanatismo, che ignora i tesori di armonia e di saggezza che le religioni hanno testimo­niato lo scorso ottobre ad Assisi, la comunità internazionale non può continuare ad assistere inerte a queste mattan­ze. «Il Natale – ha ricordato il Papa – suscita in noi, in modo ancora più forte la preghie­ra a Dio affinché si fermino le mani dei violenti, che semi­nano morte e nel mondo possano re­gnare la giustizia e la pace». Si tratta di un ideale possibile solo se vi è una de­cisa assunzione di responsabilità. Gli at­tentati perpetrati dal movimento Boko Haram sono in effetti sintomatici del malessere in cui versa la Nigeria e, in senso lato, l’intero continente africano. Stiamo parlando di una terra ricchissi­ma, che custodisce immense risorse e­nergetiche, anche se poi, ed è questa la nota dolente, la questione sociale ri­mane drammaticamente irrisolta. Chi sono infatti questi terroristi? Gente di­soccupata, soprattutto giovani, che cre­dono di perseguire la via del riscatto, convinti come sono che la sharia, la leg­ge islamica, rappresenti la soluzione dei loro problemi. È per questo motivo che nel comunica­to della Conferenza episcopale nigeria­na emesso il 9 dicembre si legge un ap­pello più che eloquente: «Non possiamo non riconoscere l’urgente necessità del­la riconciliazione, della giustizia e della pace di fronte alle drammatiche sfide alla sicurezza nel nostro Paese. Come è stato ripetuto spesso, i nigeriani devo­no imparare a vivere insieme in pace, o periranno a causa della violenza e del­la distruzione reciproca». Stando a indiscrezioni della società ci­vile, i veri mandanti delle stragi di Na­tale sarebbero personaggi della politica locale e addirittura dell’alta finanza ni­geriana, con investimenti nel business del petrolio, ma anche esponenti del sa­lafismo saudita, lo stesso che ha forag­giato al-Qaeda in giro per il mondo. Da questo punto di vista, il rischio da non sottovalutare è che la cosiddetta 'primavera araba', come già scritto su questo giornale, finisca con il rappre­sentare, con l’affermazione degli inte­gralisti islamici, un fattore altamente destabilizzante per la fascia sub-saha­riana. Se così fosse, verrebbe sprecata un’opportunità per il cambiamento, consegnando Paesi come la Nigeria, finora tolleranti sul piano religioso e sociale, all’integralismo islamico. L’Occidente, pertanto, pur alle prese con la crisi dei mercati, deve uscire dal letargo, facendosi promotore di un cambiamento della globalizzazione che, soprattutto in Africa, ha fatto già tanti disastri. Perché, nonostante gli investimenti stranieri nel settore degli idrocarburi, in Nigeria in questi anni, paradossalmente, è cresciuta la miseria della popolazione. Ciò che rappresenta il brodo di coltura per ogni genere d’estremismo.
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