sabato 9 settembre 2017

Caro Avvenire,

le cronache di Milano di oggi riportano la notizia di un uomo trovato senza vita in casa sua, a nove mesi dalla morte. Era un tipo solitario e nessuno aveva notato la sua assenza. Solo l’odore che proveniva dall’appartamento, infine, ha richiamato l’attenzione dei condomini. Mi chiedo come sia possibile che una morte sia avvolta da una tale solitudine, in una città dalla densità abitativa di Milano. Possibile che non un parente, un amico abbia fatto caso a una così lunga assenza? Certe volte le nostre metropoli fanno paura. Cordialmente

Cristina Varenna, Giussano (Mb)

«L’eremita del terzo piano», hanno titolato i giornali, nelle cronache di Milano. Il fatto è che il signor Giuseppe B., 57 anni, in quell’appartamento alla semiperiferia della città conduceva una vita rigorosamente solitaria. Né parenti né amici, né semplici conoscenti fra i vicini. Vestito dignitosamente, usciva solo la sera, con la sua bicicletta, e nessuno aveva idea di dove andasse. Rientrava tardi. Se incontrava qualcuno salutava educatamente. Nient’altro. Nel palazzo non sanno niente di lui. I parenti hanno spiegato che Giuseppe aveva scelto quella vita e non voleva contatti, non aveva nemmeno il cellulare. L’ultima volta lo hanno sentito sotto Natale, quando, comunque, è usanza farsi gli auguri.

Poi, più nulla. E probabilmente l’uomo era morto, per circostanze pare naturali, poco dopo Natale, giacché lo hanno trovato a letto, con maglie pesanti e sotto molte coperte – perché la casa non aveva riscaldamento, né luce elettrica. Nove mesi hanno atteso i poveri resti di quest’uomo, mentre attorno iniziava la primavera, e poi scoppiava questa caldissima estate, e noi si lavorava, si finiva la scuola, si partiva per le ferie e si tornava; e sempre, in quel piccolo appartamento di ringhiera al terzo piano, tutto immobile, e un assoluto silenzio. Nove mesi perché ci si accorgesse di una morte – e vengono in mente i nove mesi che ci vogliono perché venga alla luce un uomo.

Quasi una tristissima gravidanza al contrario. Ci sarà chi dice: quello se l’è voluta, conducendo una vita così solitaria. Già, ma per quale sofferenza interiore o malattia dell’anima si arriva a voler vivere in mezzo agli altri come un fantasma, che si affaccia appena fuori casa all’imbrunire e se ne pedala via, solo, senza che nessuno sappia se lavora, o mendica, o ha fame? Il signor Giuseppe, l’eremita del terzo piano, come un’icona dei segreti dolori che gli uomini si tengono dentro, forse tanto più stretti quando si trovano dentro una moltitudine di volti come in una metropoli. Quei pensieri e quei dolori che solo lo sguardo di Dio conosce, nel cielo sopra le nostre città.

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