domenica 24 gennaio 2016
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Ci sono notizie che, lette così come ci arrivano, suscitano sgomento e riprovazione, giusto il tempo di un impotente sospiro per poi voltar pagina. Ma poi dietro la coltre dell’emotività istantanea svelano qualcosa del nostro modo di vivere a tal punto divenuto abituale da passare ormai inosservato. Eppure sotto quel mezzo minuto scarso di attenzione che catturano c’è dell’altro. È come l’occasione – minima, quasi irrilevante – che ci viene offerta perché la coscienza colga l’inesorabile abitudine a quel male la cui banalità ce l’ha reso familiare, e non più insopportabile come dovrebbe.  Lo spiraglio per portare alla luce questo sedimento inconfessato arriva oggi, grazie ad Asianews, da Quanzhou, metropoli industriale sulla costa della Cina, 8 milioni di abitanti. Uno di loro, Yuan Longhua, un operaio in tutto uguale a una moltitudine di altri, alla tredicesima ora di lavoro in fabbrica cinque mesi fa è caduto dentro una vasca di liquami bollenti. Le cronache neppure si sarebbero accorte di lui se fosse morto, come pareva inevitabile: sarebbe tutt’al più comparso come percentuale nella quota di scarti imposta dal sistema che chiama 'crisi' una crescita del Pil cinese nel 2015 appena sotto il 7%, e che anche per effetto di questa 'frenata' rispetto ad anni di tassi a due cifre sta trascinando le Borse del mondo sulle montagne russe. Che importa allora di Yuan, infinitesimo ingranaggio della macchina economica globale? Invece il 38enne manovale è sopravvissuto: alle ustioni gravissime su tutto il corpo, a cinque trapianti di pelle, persino all’amputazione di una gamba. E ha ingaggiato da un letto d’ospedale la sua eroica lotta per gridare al mondo che proprio così com’è ridotto – inservibile per produrre, un peso per un’economia che non corre più come prima – è tornato a essere semplicemente un essere umano, bisognoso di tutto. Nuda sofferenza, che invoca l’umanità altrui. Ma se anche questa si pesa sulla sola bilancia economica – ironia della storia: Yuan è anche il nome della valuta cinese –, c’è ancora spazio per casi come quello di un insignificante operaio aggrappato alla vita con tutte le forze che gli restano? Il «made in China» che marchia un gran numero di merci sugli scaffali dei nostri negozi giudicate magari di scarsa qualità ma a buon mercato è l’etichetta dietro la quale è tutto un vociare di destini come quello di Yuan. Sarà pure lungo, ma c’è un filo che ci lega a quella stanza d’ospedale di Quanzhou dove i medici ora si guardano incerti sul da farsi: perché le cure per salvare la vita all’operaio ustionato sono costosissime, l’azienda ha smesso di coprirle e la direzione dell’ospedale ha fermato tutto. O qualcuno provvede, oppure meglio offrire un assegno ai parenti perché firmino la cessazione delle terapie, e lascino morire Yuan, 38 anni, che non serve più a far funzionare niente. Un uomo da buttare, come un oggettino made in China di poco valore, e pure già guasto.
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