lunedì 3 gennaio 2011
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La vicenda giudiziaria di Cesare Battisti, ancorché ben lungi dal potersi ritenere conclusa, getta un’ombra di cupa amarezza sulle famiglie delle sue vittime. Sul maresciallo di polizia penitenziaria Antonio Santoro, sui commercianti Pier Luigi Torregiani e Lino Sabbadin, sull’agente di Polizia Andrea Campagna, che Battisti freddò rannicchiato dietro una Fiat cinquecento il 19 aprile 1979 in una via di periferia a Milano in nome e per conto dei Proletari armati per il comunismo.Ma il vulnus che la sorprendente decisione del presidente uscente Lula di non concedere l’estradizione in Italia di Battisti ha inferto alle famiglie delle vittime è anche una ferita profonda al nostro Paese, al nostro sistema giudiziario, potremmo dire addirittura allo Stato di diritto. Quattro ergastoli attendono Battisti, giudicato responsabile di altrettanti omicidi e di innumerevoli rapine, ma l’ex terrorista – come si sa – evase nel 1981 e si rifugiò in Francia, dove l’accogliente protezione accordata da Parigi ai transfughi degli anni di piombo (la cosiddetta e un po’ lugubre "Dottrina Mitterrand") gli consentì di vivere a lungo indisturbato, coccolato e sostenuto finanziariamente da quella gauche caviar, la rinomata "sinistra al caviale", che a Parigi allinea una comunità molto folta e molto ben remunerata, quasi sempre a spese dello stesso Stato che proclama di voler combattere. Basterebbe leggere l’elogio del presidente Lula che fa la scrittrice Fred Vargas (grande sostenitrice e amica di Battisti tanto da favorirne la latitanza in Brasile) su La Règle du jeu, la rivista diretta dal "philosophe" Bernard Henri-Lévy, ma anche certe esplicite prese di posizione della consorte del presidente Sarkozy, da sempre vicina alla sinistra-bene che vive affacciata sulla Senna. Orfana di Voltaire e delle sue Lettere Inglesi contro l’assolutismo, la Francia radical-chic – che senza tiranni da abbattere non riesce a sopravvivere – si è dovuta accontentare di Cesare Battisti, facendo di un omicida confesso una bandiera della libertà e trasformando la latitanza di un terrorista in persecuzione politica. Anche questo lo dobbiamo alla cinica e ipocrita "Dottrina Mitterrand" (ma perché non chiamarla Craxi-Mitterrand, visto che l’accomodamento avvenne proprio fra loro due?) e alle braccia accoglienti che ospitarono Toni Negri, Oreste Scalzone e tanti altri. «Mi rifiuto – disse nel 1985 il presidente francese – di considerare a priori come terroristi attivi e pericolosi degli uomini che sono venuti, in particolare dall’Italia, e che si erano appena ritrovati qui e là, nella banlieue parigina, pentiti, pentiti a metà, o di fatto, non saprei, ma comunque fuori dai giochi». Del resto ben altre ombre si allungano dietro la vicenda di Battisti e alla decisione "umanitaria" di Lula da Silva. Scortesie diplomatiche e piccoli (o grandi) intrighi di bottega, visto che l’Italia è un importante partner economico di Brasilia (pensiamo a Fiat e Telecom, ma non solo...) e a molti farebbe assai comodo che certe intese commerciali s’incrinassero, certe commesse finissero altrove, certi progetti di sviluppo si arenassero, certe sintonie fra il gigante latinoamericano e il nostro Paese si guastassero. La vicenda, come abbiamo accennato, è tutt’altro che conclusa. Formalmente Battisti sarà libero a febbraio. Prima di quell’epoca molto probabilmente sulla scrivania di Dilma Rousseff, da ieri nuovo presidente del Brasile, approderà la richiesta italiana di riconsiderare la decisione del suo predecessore. Inutile nasconderci che sia la sinistra con D’Alema e Prodi sia il centrodestra oggi al governo hanno preso tempo sulla questione Battisti, privilegiando i buoni rapporti con Lula e le ottime relazioni con il Brasile. Ora che lo schiaffo – ma chiamiamola pure con il suo vero nome: l’umiliazione – lo abbiamo ricevuto, è chiaro che la politica del lasciar correre alla fine non salva niente e nessuno, né gli interessi né la giustizia. E noi alle vittime degli anni di piombo dobbiamo ancora molto.
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