domenica 16 luglio 2017

Stefano Rodotà è stato un grande giurista. Dubito però che, a parte un ristretto numero di specialisti, coloro che lo hanno ricordato, con espressioni giustamente intense, in occasione della sua scomparsa, il 23 giugno scorso, lo abbiano celebrato come tale. Nell’opinione pubblica di Rodotà è destinata a restare impressa l’eleganza della figura, la sobrietà e la pacatezza delle argomentazioni, il costante appello alla necessità di difendere i diritti umani fondamentali, letti sistematicamente in chiave libertaria, la palese militanza nella sinistra, ma in una sinistra – come giustamente è stato rilevato – assolutamente «non rossa», cioè non inquinata da simpatie pregiudiziali per il comunismo storico e per i vari movimenti rivoluzionari, o pseudorivoluzionari, che hanno suscitato nei decenni del secondo dopoguerra entusiasmi tanto vistosi, quanto ingenui e acritici. Tutte le qualità appena elencate, ed altre ancora che si potrebbero aggiungere, giustificano la popolarità mediatica dello studioso, in un panorama, come quello italiano, troppo spesso contrassegnato da personalità palesemente sanguigne e grossolane o fredde ed astute.

Rodotà non è mai stato grossolano e le sue scelte pubbliche non sono mai state caratterizzate da astuzie di alcun tipo. Rendergliene atto è doveroso, così come è doveroso ricordare la sua onestà intellettuale: onestà che, nel suo caso, non significava soltanto un’elaborazione dialettica del tutto corretta (e ovviamente critica!) delle idee dei suoi avversari, ma anche e soprattutto un profondo rispetto verso di esse. Rodotà sapeva essere tagliente e a volte impietoso nelle sue critiche, ma non si sottraeva mai al confronto con chi nutriva visioni del mondo antitetiche alle sue (ne posso dare diretta testimonianza, sia per i diversi dibattiti pubblici che mi hanno opposto a lui, sia perché da lui invitato a tenere lezione ai suoi studenti di diritto civile alla Sapienza di Roma, come rappresentante di una linea di pensiero giuridico, che egli intendeva combattere con fermezza, ma che proprio per questo voleva fosse espressa nelle sue lezioni da chi, come il sottoscritto, poteva a suo avviso presentarla nel modo migliore). Ripeto: presentare Rodotà soltanto come un grande intellettuale, un grande polemista, un grande editorialista è riduttivo.

È stato un grande giurista. Ma come far capire in cosa può consistere questa qualità, l’essere appunto un 'grande giurista', in un momento storico in cui il sapere giuridico è appannato, marginalizzato, strumentalizzato e umiliato, spesso direttamente dai suoi cultori? Proverò a spiegarlo in poche battute. Rodotà non è mai stato un piatto 'positivista': non ha mai pensato che il diritto si riducesse all’insieme delle norme positive. Non ha mai nemmeno usato la Costituzione come paradigma supremo del diritto, anche quando le disposizioni costituzionali – secondo la sua corretta percezione – erano di fatto universalmente condivise dagli Italiani e costituivano quindi un ottimo punto di convergenza ideale e politica per le grandi scelte del nostro Paese. Rodotà è stato un grande giurista, perché è stato un giusnaturalista.

Non però nel senso cattolico dell’aggettivo, che vede il diritto naturale come saldamente radicato nella legge morale divina, universale e oggettiva; Rodotà aveva una sensibilità storico-ideologica che lo teneva lontano da questo modo di pensare. Era però un giusnaturalista, perché riteneva che la lotta per il diritto andasse combattuta come una lotta per la dignità e i diritti umani, indipendentemente dagli orientamenti maggioritari dell’opinione pubblica, orientamenti a suo avviso chiaramente da rispettare, ma in sé e per sé privi di valore intrinseco. Per Rodotà la lotta per i diritti era da combattere come una battaglia giuridica, prima ancora che politica. Il giusnaturalismo, però, è molto esigente e alle esigenze del giusnaturalismo Rodotà non si è mai voluto sottomettere. Psicologicamente egli era un libertario e riteneva che tutti i diritti umani potessero e dovessero essere ricondotti nell’esclusivo orizzonte delle libertà individuali: pretesa ingenua, perché la libertà cui fa riferimento il diritto non è la libertà mentale dell’ideologo, ma la libertà sociale, quella che nasce e si determina dall’incontro/scontro dei diversi interessi morali e sociali dei cittadini. Per questo i suoi appelli alla giustizia, giuridicamente nobilissimi, erano sempre controvertibili, teoreticamente e politicamente fragili.

Per questo il suo continuo confronto con i cattolici era destinato a restare costantemente aperto, senza mai riuscire a trovare opportune mediazioni. Il giusnaturalismo, comunque lo si voglia pensare, è un appello all’assoluto e l’assoluto non conosce mediazioni. Questo punto costituisce la croce dei cattolici autenticamente giusnaturalisti, che vedono sistematicamente naufragare le loro ottime intenzioni di trasformare il diritto naturale in diritto positivo; questo stesso punto con ogni probabilità ha costituito per tutto l’arco della sua attività intellettuale la croce (ben nascosta) di Stefano Rodotà, maestro del pensiero giuridico laico italiano.

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