sabato 27 dicembre 2008
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Caro Direttore, desidero portarla a conoscenza di quanto succede nell’Istituto professionale in cui insegno. Sono un’insegnante di Religione cattolica da più di 23 anni, ma mai come in questo periodo trovo tanta difficoltà a vivere nella mia scuola. Si parla tanto di atti di bullismo tra gli studenti, ma questo non manca neppure tra i professori. Ultimamente mi capitano cose assurde, ad esempio l’invito di taluni colleghi a non nominare il nome di Dio a scuola, in quanto loro si dichiarano materialisti, atei e agnostici. Qualche giorno fa uno di loro, incrociato in corridoio, mi ha intimato di non esprimere alcun giudizio, in quanto rappresentante della Chiesa cattolica. Nei miei riguardi noto una forma di ostilità incomprensibile. Gli argomenti che io quotidianamente registro sul giornale di classe sono all’attenzione e alla critica dei colleghi e qualcuno si è permesso di invitare gli alunni a ribellarsi e a saltare le mie lezioni. Mi consola il fatto che gli studenti mi vogliono bene; con loro non ho mai avuto grossi problemi. Anche con gli studenti che professano altre religioni esiste un bel dialogo e non ho mai notato forme di intolleranza. Di bullismo tra gli studenti se ne parla tanto,ma quello che gli insegnanti subiscono ogni giorno solo perché fanno il loro lavoro dove lo mettiamo?

Elisabetta Sturiale, Bergamo

Il fenomeno da lei denunciato, gentile signora Sturiale, mi giunge nuovo, ma, a rifletterci anche solo un po’, del tutto plausibile. L’acredine e la reattività virulenta nei confronti della Chiesa, alimentata da esponenti e gruppi intellettuali e politici agevolmente identificabili, con sbocchi sui giornali, in tv ma anche nei bar, per quale motivo dovrebbe arrestarsi all’esterno delle mura scolastiche? Pensiamo alle polemiche fomentate dalle falsità e dalle distorsioni del libro 'La questua', rintuzzate con abbondanza di dati e argomenti dal nostro 'La vera questua', che però non ha certo goduto del battage mediatico di cui ha usufruito il testo di Curzio Maltese. E così la malevolenza si diffonde sempre più. Di fronte alla situazione da lei denunciata mi pare che l’arma più efficace sia ovviamente svolgere bene, con impegno e serietà, il proprio lavoro - e quanto rileva dai suoi allievi prova che lei non ha nulla di cui rimproverarsi - : ciò sottrae ogni alibi al pregiudizio e alla cattiveria di chi si oppone. Ma la prepotenza va combattuta non solo con la testimonianza privata, ma anche con le armi della legalità, e quindi, siccome la denigrazione di un collega e di una materia di insegnamento è atto che infrange palesemente la deontologia professionale, prima va richiamato l’interessato e, se questi persevera, bisogna rivolgersi al responsabile dell’istituto per pretendere correttezza. Niente di meno e niente di più. Lo si deve a se stessi, ai ragazzi e alla serietà dell’Insegnamento di Religione cattolica.

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