venerdì 27 novembre 2020
Lo schermo di un computer non è un luogo, ma un mezzo. Aula fisica e digitale non sono orizzonti opposti, che si escludono a vicenda: possono essere pensati come dimensioni compresenti
In presenza o a distanza la didattica merita di più

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Sull’insegnamento vanno superate le facili contrapposizioni Nel maggio del 2000, a Cerro Grande, nel New Mexico, un incendio programmato per ragioni di protezione civile sfugge al controllo di chi lo aveva generato provocando danni per un miliardo di dollari, bruciando 170 km quadrati di vegetazione, lasciando 400 famiglie senza casa. Prende spunto da questo caso la riflessione di Weick e Suttcliffe in un libro, 'Governare l’inatteso', che diventa presto un classico della letteratura organizzativa. E 'Governare l’inatteso' ha intitolato la Sirem (la Società Italiana di Ricerca sull’Educazione Mediale di cui sono presidente) un miniciclo di due webinar dedicati a discutere di Scuola e Università al tempo del Covid (o del post-Covid?). L’idea alla base dell’iniziativa era di andare oltre i luoghi comuni, di superare la discorsivizzazione facile, di provare a pensare oltre le scorciatoie cognitive. Quelle, per intenderci, che animano il dibattito sui social e cui spesso non sfugge nemmeno certo giornalismo.

Una scorciatoia cognitiva è una scelta che consente di risparmiare tempo e fatica, così almeno sembra. Significa affidarsi a semplificazioni, basarsi su quel che si era fatto in passato in casi analoghi e aveva avuto successo, accontentarsi di riproporlo. L’impressione è che l’emergenza che abbiamo vissuto (e che ancora non sembra risolta) sia stata affrontata proprio facendo ricorso ad alcune di queste scorciatoie cognitive. È una scorciatoia impostare tutto il dibattere sulla base della contrapposizione (o dell’alternanza) tra presenza e distanza. La presenza è il valore, la distanza il ripiego. La presenza comporta dei rischi, la distanza mette in sicurezza. La presenza garantisce le relazioni, la distanza le impoverisce. Sembra che basti dosare i due ingredienti: un po’ di distanza e un po’ di presenza; in presenza fin che si può, poi nella peggiore delle ipotesi si torna a distanza. Ma la scuola e l’università è presenza e distanza? Non c’è dell’altro? E la relazione, piuttosto che dipendere dalla situazione, non dipende forse dall’intenzionalità educativa? Posso essere in aula e totalmente non relazionale. Posso lavorare in rete ed essere vicinissimo ai miei studenti. Una scorciatoia, chiaro. E una semplificazione evidente.

Ma anche costruire tutto sulle procedure è una scorciatoia: distanze, protezioni, sanificazione, controllo delle temperature, test, quarantene, banchi singoli, mascherine. Cosa resta della scuola? Che esperienza si propone agli studenti? Qual è il senso di una presenza a tutti i costi – nella scuola come nell’Università – quando si tratta di una presenza “ospedalizzata”, quando è impossibilità di contatto ed esperienza dei vincoli piuttosto che della relazione, quando devi tornare a sospenderla? Ancora una volta una scorciatoia cognitiva, una semplificazione. Proviamo allora a vedere cosa potrebbe voler dire evitare tutto questo. Comporta di adottare alcune scelte di fondo. Anzitutto l’idea che lo schermo del computer non sia un luogo, ma un mezzo. Perché starci davanti senza muoverlo? Perché non usarlo mentre ci muoviamo noi nello spazio della casa? Perché non allontanarlo e avvicinarlo secondo le necessità? Ecco allora che le cucine di casa possono sostituire i laboratori inaccessi- bili di un Alberghiero, o il salotto di casa trasformarsi in una palestra per il lavoro sul corpo e sul movimento (come nei laboratori di drammaturgia didattica del mio corso di laurea, dove si formano i maestri di domani). Ed ecco che la mia lezione universitaria non mi condanna a fare per forza il mezzobusto: posso inquadrarmi mentre sono in piedi, mi muovo, mostro dei libri, altri oggetti.

Anche sul tempo si può lavorare. Lo si può scandire in porzioni, microsessioni di lavoro più agevoli per l’attenzione degli studenti. Queste sessioni si possono intervallare con dei sondaggi, dei quiz. Si può dividere la classe in gruppi e farli lavorare approfittando delle breakout sessions di cui la maggior parte degli ambienti di videocomunicazione è fornita. E il docente può “girare” tra i gruppi, vedere come lavorano, dare supporto. Ma è più in generale il tempo classe che può essere ripensato con creatività: tra sincrono e asincrono, lavoro preparatorio (flip- ped) e discussione con il docente, consegna dell’insegnante e lavoro autonomo dello studente. Ancora, la presenza e il digitale, invece di essere concettualizzati come orizzonti opposti, che si escludono a vicenda, possono invece essere pensati come dimensioni compresenti, come risorse di cui disporre per allestire dei mix ogni volta diversi, secondo le esigenze della lezione o le specificità della disciplina. È l’idea di una didattica blended, che non vuol dire solo “un po’ di presenza e un po’ di distanza”, ma dosatura di metodi, tecniche, spazi, modi di apprendere. La vera didattica integrata è: lezioni liquide, distribuite; metodi attivi e partecipativi; valutazione tra pari, diffusa; ambienti di apprendimento ubiqui, multimodali, sociali.

Cambia anche l’idea del docente. La didattica trasmissiva che ne fa il detentore di contenuti da trasferire deve lasciare il posto all’idea di un docente-tutor in grado di accompagnare gli apprendimenti, discutere i problemi, spendere la propria esperienza e le proprie competenze per attualizzare, applicare, far progredire la conoscenza. Le retoriche sull’aula, sulla presenza, sulle lezioni non coincidono con le aspettative degli studenti, come abbiamo capito molto bene durante il webinar sull’Università da una bella intervista a uno dei membri del coordinamento nazionale degli studenti universitari. Come pensare, allora, al futuro? Cosa può contenere l’agenda per la scuola e l’Univer- sità dei prossimi anni? La scuola ha sicuramente bisogno di formazione e sviluppo professionale in tema di innovazione. Che non vuol dire, però, training all’uso dello strumento. Occorre non confondere le competenze informatiche di base con l’expertise nelle tecnologie educative: è un problema di pedagogie e di didattiche, non di icone da cliccare. Serve anche rilanciare l’importanza di documentare le pratiche e le esperienze. Serve a far crescere il sistema, a contaminare anche i contesti più tradizionali e refrattari al cambiamento. Infine, occorre promuovere ricerca. La ricerca educativa deve guidare le politiche educative. Su questo punto il nostro Paese ha bisogno di uscire da una doppia autoreferenzialità: quella di politiche che decidono senza ascoltare la ricerca e quella di una pedagogia che non sa ispirare le decisioni della politica.

L’Università, da parte sua, deve fare i conti con un mercato della formazione profondamente cambiato. Serve ripensare curricoli, immaginare spazi diversi, come ha suggerito il Rettore della Luiss Andrea Prencipe. Serve pensare a una Università aperta, modulare, multimodale, come ha ipotizzato il Rettore dell’Università di Foggia Pierpaolo Limone, proponendo una “alleanza degli innovatori”. Nel 2000 l’Università di Padova dedicava la sua Biennale della Didattica Universitaria proprio all’Università aperta e virtuale. In quella Biennale erano presenti alcuni dei principali esperti europei. Durante il dibattito, Otto Peters aveva parlato di università «flessibile e virtuale», Luciano Galliani di «open distance learning» e Desmond Keagan, provocatoriamente, aveva preconizzato che «il telefonino sarebbe diventato l’Università». Forse è venuto il tempo di pensare a questi spunti.

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