Il mio piccolo chiedere di quei mondi perduti
sabato 12 agosto 2017

È oggi, quest’anno, la notte delle stelle cadenti Quest’anno è stanotte, 12 agosto, e non il 10 agosto, la notte delle stelle cadenti. I giornali indicano verso quali parti del cielo puntare gli occhi (o gli strumenti d’osservazione, se ne avete), e quali sono i punti della Terra più favorevoli, sui quali piazzarsi. Meglio i monti, perché hanno meno smog. Una volta su questo fenomeno parlavano gli astronomi, oggi parlano i fisici. Li leggo con attenzione e con sofferenza. Perché la fine delle stelle preannuncia la mia fine, e dire che i buchi neri sono zone dell’universo dove spariscono ingoiati interi mondi significa toccare il problema di che cosa resterà di noi, che senso ha quel che facciamo, che differenza c’è fra chi fa il bene e chi fa il male, se ci sarà un giudizio e una giustizia, e se possiamo vivere rinunciando sia al giudizio che alla giustizia.

Sto parlando di cose più grandi di me, ma che sono in me, sono me, e costituiscono il presupposto di quel che dico e quel che faccio, io e i miei compagni di civiltà, di cultura e di fede. Vedo sui giornali che questa pioggia di stelle risuscita il ricordo, nei fisici, delle onde gravitazionali arrivate sulla Terra il 14 settembre 2015, generate nello spazio-tempo dallo scontro e dalla distruzione di due buchi neri, che si sono attratti e avvinghiati in una «danza della morte», come quella che Lars von Trier ha pensato e rappresentato nel suo film “Melancholia”. Nel film il corpo celeste Melancholia corre verso la Terra, ma alla fine si ferma e arretra, come se non volesse sbattere, finché si precipita e sbatte e scompare con la scomparsa di Tutto. Il film termina con un vuoto nero in cui sfavillano le briciole del Tutto che c’era prima. Quella, per Lars Von Trier, è la fine del nostro mondo.

A quel punto, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto. Non è incoerente che il regista, mentre il film usciva a Cannes, sgomentando e seducendo la giuria, che voleva premiarlo, se ne sia uscito con una dichiarazione di filo-nazismo. Se tutto finisce ingiudicato e impunito, tanto vale tentare il colpo gobbo, il dominio sull’umanità. Naturalmente, al film non arrivò più nessun premio. Non è stato un malinteso.

Regista e giuria si erano espressi chiaramente. Il buio nero, come fine di Tutto, stronca ogni morale. I due buchi neri che si sono cercati, attratti, avvinghiati, fusi e distrutti, e il cui rumore di distruzione è arrivato a noi sulla Terra il 14 settembre 2015, sono stati registrati. La registrazione del sinistro e feroce sfrigolio, in cui sparivano interi mondi (con forme di civiltà?, con forme di umanità?), è stata postata nei siti dei giornali, dai quali si poteva scaricare. Me la sono scaricata, installandola nel mio cellulare. Ogni tanto la ascolto. Il “ Memento homo, qui pulvis es et in pulverem reverteris” (ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai) avverte che l’homo non ha il potere finale, non saprà cosa dire in quel momento, “ quem patronum rogaturus, cum vix iustus sit securus?” (chi chiamerò a difendermi quando a malapena il giusto potrà dirsi sicuro?). Lo sfrigolio delle onde gravitazionali che portano in giro per l’universo la fine dei mondi, dice che la fine è la fine, e che dopo la fine non c’è che il Nulla. Nella vita di Albert Einstein c’è un aneddoto interessante, il telegramma del rabbino di New York, Herbert Goldstein.

Era il 1929, il rabbino mandò ad Einstein un telegramma che chiedeva: «Credete in Dio? Risposta pagata per 50 parole». Einstein rispose non sfruttando tutto il credito, 50 parole, ma fermandosi a metà, 25. In tedesco. E disse che credeva nel Dio di Spinoza, che si occupa dei mondi, non in un piccolo Dio, che si occupa dei piccoli uomini. Non mi sono mai conciliato con quella risposta. Non ho interesse per un Dio che non ha interesse per me. Io sono un piccolo uomo. E stasera, mentre guarderò questi sciami di stelle che strisciano e cadono, questi mondi che bruciano, mi sentirò più piccolo che mai. Tuttavia sono io che m’interrogo su quei mondi, non loro su di me. Perciò mi sento più importante di loro. Melancholia non mi turba. Mi turba la famigliola protagonista del film che se la vede sbattere addosso, e cerca scampo nel delirio.

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