mercoledì 2 dicembre 2015
A metà mandato del presidente Nieto e di fronte alla crisi dei partiti, analisi di un sistema in difficile evoluzione. (Marco Olivetti)
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A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto nel Palazzo presidenziale di Los Pinos, l’inizio della seconda metà del mandato del Presidente messicano è tradizionalmente l’occasione per un primo bilancio complessivo della sua azione di governo, oltre che per iniziare a ragionare sulla sua successione. Un bilancio in chiaroscuro, con prospettive incerte sulla seconda metà del mandato (che scadrà il 1° dicembre 2018) e con uno scenario indefinito su chi verrà dopo. All’attivo dei suoi tre anni di governo Peña Nieto può mettere alcuni risultati solidi, che fino ad un anno fa sembravano farne uno dei presidenti di maggiore successo della storia recente del Messico. Grazie ad un accordo (l’Acuerdo para México) fra il suo partito, il centrista Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), e le due principali forze di opposizione, il Partito di Azione Nazionale (PAN, centro-destra) e il Partito della Rivoluzione Democratica (PRD, sinistra radicale), nel 2012 hanno visto la luce due importanti riforme: quella energetica, volta a consentire l’ingresso di capitale privato nell’azienda petrolifera di Stato, Pemex, al fine di migliorarne l’efficienza; e quella educativa, volta a liberare l’educazione primaria dal controllo ferreo di un sindacalismo para-mafioso e a rendere effettivo il diritto dei cittadini ad un’educazione di qualità. Al tempo stesso il ritorno alla Presidenza di un uomo del PRI (storico partito egemone messicano, al potere dalla sua fondazione nel 1929 al 2000) era coinciso con una riduzione della violenza dei narcos, che durante la presidenza di Felipe Calderón (2006-2012) aveva prodotto 60.000 morti.Tuttavia, l’ultimo anno ha visto l’emersione di dati passivi su ciascuno di questi fronti: la riforma energetica e quella educativa stentano a decollare, la prima anche per il crollo del prezzo internazionale del petrolio, la seconda per la feroce resistenza alla riforma da parte di una corrente del sindacalismo, la CNTE (Confederación Nacional de los Trabajadores de la Educación), che si oppone, anche col ricorso alla violenza, all’introduzione dei meccanismi valutativi voluti dal governo per ottenere un’educazione di qualità. Anche sul piano della sicurezza si registrano due gravi defaillances: l’uccisione nell’agosto 2013 di 43 studenti nella città di Iguala ha posto in evidenza le zone grigie fra politica deviata e paramilitarismo e si è trasformata in un simbolo delle persistenti violazioni dei diritti umani più elementari che continuano a scuotere un Paese che pure, per molti aspetti, ha istituzioni moderne e una cultura giuridica civilizzata. E la fuga, a febbraio, del principale capo narcos, El Chapo, detenuto da alcuni mesi in una prigione federale, ha dato il senso della debolezza dell’apparato repressivo messicano. A ciò si è aggiunto, un anno fa, uno scandalo per la donazione alla moglie del Presidente di una sontuosa villa (la Casa Blanca) da parte di un’impresa che aveva appena ottenuto una commessa governativa.Questi dati non hanno impedito al partito del Presidente di ottenere il 7 giugno la maggioranza nelle elezioni di medio termine per il rinnovo della Camera dei deputati, ma quelle consultazioni, soprattutto a livello degli Stati membri, hanno visto una preoccupante incrinatura del consenso non solo al partito presidenziale, ma a tutti i partiti politici, che in Messico sono stati la spina dorsale del processo di democratizzazione realizzato dagli anni novanta in poi. Se il PRI ha vinto, i partiti nel loro insieme hanno perso e il principale vincitore delle elezioni è stato un candidato indipendente, Jaime Rodríguez (detto El Bronco), eletto governatore del florido stato settentrionale di Nuevo León. Sono proprio le candidature indipendenti – consentite da una riforma costituzionale approvata nel 2012 – la principale novità della politica messicana, anche in vista della successione a Peña Nieto, nel 2018.Il Presidente – che non è rieleggibile – tenterà di scegliere lui stesso il suo successore, come era costume in Messico fino agli anni novanta, da quando questo tentativo non ha più avuto successo. Fra i possibili candidati del PRI circolano da tempo i nomi del ministro dell’Interno, Miguel A. Osorio Chong, e di quello dell’economia, Luis Videgaray, ma gli scarsi risultati in termini di sicurezza pubblica e una crescita del PIL inferiore al previsto indeboliscono le loro aspirazioni. Così alcuni mesi fa Peña Nieto ha promosso ministro dell’Educazione il 38enne capo della sua segreteria, Aurelio Nuño, con il compito di implementare la riforma educativa e di affermarsi come candidato presidenziale. Ma Nuño dovrà vedersela con il terzo tentativo presidenziale di Alfonso Manuel López Obrador, portabandiera storico della sinistra radicale, sconfitto nel 2006 e nel 2012 e già in campagna elettorale per il 2018, alla guida di un partito nuovo di zecca, MORENA, fondato per coronarne le aspirazioni. Nel centro-destra l’astro nascente Ricardo Anaya, il 36enne presidente del PAN, rischia di trovare i principali ostacoli in candidature indipendenti, come quella dello stesso Bronco o della moglie dell’ex-Presidente Calderón, Marguerita Závala.Il rischio è che la crisi dei partiti messicani, combinata con un sistema di elezione presidenziale a maggioranza relativa, produca un Presidente con una legittimazione democratica debole, magari con meno del 30 per cento dei voti. E nessuno scenario è privo di incognite: un altro mandato al PRI rischierebbe di rilanciare le tendenze egemoniche del vecchio partito dominante; un’eventuale ascesa di López Obrador riproporrebbe tutte le aporie della sinistra radicale latino-americana, che sembra entrata negli ultimi mesi in una fase discendente, culminata nelle elezioni argentine; infine la vittoria di un indipendente potrebbe destrutturare un sistema democratico costruito attorno ai partiti e che oggi rischia l’empasse col declino della credibilità di questi ultimi.
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