sabato 2 dicembre 2017

La realtà, ci ricorda sempre papa Francesco, si vede meglio dalla periferia che dal centro. E anche da questo punto di vista il ventunesimo viaggio internazionale di Francesco, concluso ieri in due nazioni “periferiche” come il Bangladesh e il Myanmar, ha davvero molto da insegnarci e sotto diversi profili.

Il primo elemento che balza agli occhi è il ruolo pubblico delle religioni. In questi Paesi la fede conta e ispira la quotidianità, contribuendo a contrastare, nonostante la povertà e le difficili condizioni di vita, le paure per il futuro. Quanta differenza rispetto a certa laicità ostile d’Occidente, che aspira a confinare la religione nel privato delle coscienze, che cancella i simboli religiosi anche quando fanno parte della cultura profonda di un popolo, che grida all’ingerenza quando la Chiesa si schiera in difesa dell’umano, cioè delle persone in carne e ossa e della loro dignità. Dal Sud del mondo, e papa Francesco ci aiuta a vederlo, è evidente il tramonto inarrestabile di questa idea tutta occidentale, che ha creato in definitiva soprattutto vuoto esistenziale, individualismi, inverni demografici. È la inerme “rivincita” di Dio. Non prenderne atto sarebbe come negare che ogni giorno c’è l’alba.

Il loro ruolo pubblico, del resto – ed è il secondo insegnamento del viaggio – le religioni se lo sono conquistato con i fatti. In positivo, quando compongono un mosaico di pacifica convivenza come in Bangladesh e come auspicato più volte dal Papa durante la duplice visita. E purtroppo anche in negativo, quando vengono prese a pretesto per la violenza e l’odio. L’itinerario apostolico di Francesco ha incrociato in questi giorni la tragedia politico-religiosa divenuta finalmente emblematica dei rohingya e il Pontefice ha scritto a Dacca – città toccata appena lo scorso anno dalla follia di chi bestemmia il nome di Dio seminando la morte in suo nome – una pagina incancellabile del dialogo interreligioso, il vero antidoto al terrorismo fondamentalista.

La sua richiesta di perdono per ciò che il popolo rohingya ha subito, l’abbraccio paterno e la delicatezza di chiamarli per nome in Bangladesh (rispettando al contempo la particolare sensibilità birmana sull’argomento) sono gesti paradigmatici. Al posto dei rohingya avrebbero potuto esserci anche altri popoli e gruppi perseguitati, o i martiri cristiani in difesa dei quali più volte il Papa si è apertamente schierato.

Non si tratta di privilegiare questo o quello. Il grido profetico di Francesco si leva per ricordare al mondo, ai carnefici come agli indifferenti, che tutti gli uomini sono «immagine di Dio». Al di là dei nomi politicamente o meno “scorretti”.
E qui il discorso chiama inevitabilmente in causa l’azione dei governi e delle istituzioni internazionali. Il «non bisogna avere paura delle differenze» è messaggio anche politico. Non comprenderne la verità comporta, come la cronaca insegna, un prezzo da pagare molto alto.

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