mercoledì 1 giugno 2011
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«Tu non sei niente, io sono Dio»; 2) «'Chi sei tu?' e mi guardò, per decidere se farmi vivere o morire»; 3) «I confini degli Stati si tracciano col sangue»; 4) «Ci aspettava dove la siepe lascia aperto un varco, noi arrivavamo in fila indiana, e prima di assaltare il villaggio chinavamo le ginocchia e gli baciavamo la mano»; 5) Quando la figlia Ana si suicidò, suo padre Mladic, impegnato al fronte, non andò al funerale; 6) Adesso, scoperto e catturato, fa la prima richiesta: «Voglio andare alla tomba di mia figlia».È stato accontentato. Sulla tomba della figlia s’è fermato venti minuti. Sono i punti salienti dell’avventura umana e militare del generale Mladic, comandante delle forze serbo-bosniache nella guerra civile jugoslava, la guerra che, dalla dissoluzione della Jugoslavia, voleva costruire la Grande Serbia. Non era il sogno di un uomo, ma di una generazione e di un popolo. L’uomo che adesso è stato catturato e consegnato al Tribunale dell’Aja era il braccio armato di questo sogno: tra il sogno e la realtà c’era quest’uomo, tozzo, taurino, squadrato, crudele. La prima frase: «Tu non sei niente, io qui sono Dio», la pronunciò di fronte al comandante delle forze Onu che doveva proteggere Srebrenica. Non disse: «Tu non sei nessuno», perché vorrebbe dire «non sei un uomo». Disse: «Non sei niente», cioè: «Non sei nemmeno una cosa». Il comandante Onu aveva poche forze, non poteva proteggere niente. E dunque non era niente. In guerra, uno è le forze che ha. Testimoni dicono che lui amava farsi chiamare «Napoleone», identificandosi con un grande capo militare e politico. Ma non fu quello il vertice del suo delirio di onnipotenza. Il vertice sta nella frase «Io qui sono Dio». «Sono Napoleone» vorrebbe dire «domino la mia epoca». «Sono Dio» significa «sono padrone dell’umanità e di tutto»: posso fare quello che voglio e non risponderò a nessuno. Dalle follie delle armate tedesche nella Seconda guerra mondiale alla follia di questo generale serbo la molla che li spinge a fare quel che fanno è sempre la stessa: la convinzione dell’impunità. Nel delirio di onnipotenza trova posto la spietatezza, ma anche la pietà, perché la pietà, in quanto magnanimità, è una faccia della potenza, cioè della grandezza. La frase «Chi sei tu?» Mladic la pronunciò a un giornalista Onu, di etnia 'nemica', che gli stava di fronte: costui esibì un tesserino Onu, Mladic poteva farlo uccidere, ma sarebbe stato normale cioè mediocre, ordinò di lasciarlo andare, e questo fu eccezionale cioè grande. È il piccolo uomo graziato a raccontarlo oggi. Mladic era convinto che i confini degli Stati si tracciano col sangue: il sangue rende i confini non soltanto giusti, ma anche sacri. I soldati che compiono stragi per allargare la patria, sono più puri dopo la strage che prima. Ho visto il filmato del generale che aspetta i suoi soldati al varco di una siepe, i soldati gli sfilano davanti, poggiano un ginocchio a terra, prendono la sua mano destra con ambedue le mani e se la portano alle labbra: il bacio li santifica e li rende innocenti della strage che vanno a compiere. La figlia Ana era spezzata dall’angoscia tra l’amore per il padre e l’orrore del sangue che lui spargeva. Si sparò. Agli occhi del padre quel suicidio la separava da lui, la faceva figlia del nemico. In sedici anni non ha mai visitato la sua tomba. È rimasto nascosto, ha avuto due infarti e tre ictus, ha mezzo corpo paralizzato, cammina storto, ha perso la memoria, ma aveva un desiderio: vedere la tomba di Ana. L’ha vista. È giusto che un padre cominci dalla tomba della figlia, ma dietro quella tomba ci sono chilometri di altre tombe: dovrebbe visitarle tutte, sono le tracce lasciate nella storia da un generale che si credeva Dio.Aveva un desiderio: vedere la tomba di Ana L’ha vista. È giusto che un padre cominci dalla tomba della figlia, ma dietro quella tomba ci sono chilometri di altre tombe: dovrebbe visitarle tutte, sono le tracce lasciate nella storia da un generale che si credeva Dio.
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