giovedì 10 marzo 2011
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La giornata di preghiera che la presidenza della Cei, in sintonia con la sensibilità e le preoccupazioni di Benedetto XVI, ha indetto per il 13 marzo, prima domenica di Quaresima, è tutto tranne che un appuntamento rituale. In quel giorno, infatti, «tutte le comunità parrocchiali, le comunità religiose, le associazioni, i gruppi e i movimenti ecclesiali» dovranno raccogliersi sulle «tensioni che, in questi giorni, si registrano in diversi Paesi dell’Africa e dell’Asia», implorare per le vittime la misericordia di Dio e per tutti «la riconciliazione, la giustizia e la pace».Si avvertono, in questa chiamata al dialogo con Dio nella preghiera, tutte le angosce generate dall’attuale situazione politica. In quelle brevi frasi c’è il Pakistan dell’estremismo islamico che colpisce le stanze del governo a Islamabad come l’Egitto degli scontri tra musulmani e copti che negli ultimi mesi hanno fatto decine di morti e nelle ultime ore strage nei quartieri poveri del Cairo. La Libia della guerra civile. L’intero Maghreb scosso da una febbre di rivolta che non ha uguali nella sua storia moderna. Un magma ribollente in cui la Chiesa cattolica riconosce istanze di giustizia che non possono più essere negate, ma anche il persistere di problemi particolari (ecco quindi l’esigenza di una riconciliazione) che non possono andare dispersi nell’urgenza dell’attualità. La persecuzione dei cristiani in Pakistan, ad esempio, mai davvero analizzata e affrontata e ora diventata strumento per attaccare anche l’ordinamento stesso dello Stato, la sua natura democratica, il suo inserimento in un preciso quadro internazionale di valori e di alleanze.Ma più ancora si avverte, nell’iniziativa della Cei, la natura davvero speciale della Chiesa cattolica e il ruolo specialissimo che essa riveste in molti Paesi. Non se ne abbiano a male i fedeli delle altre grandi religioni. Ma se una fede riesce sempre a mostrare un afflato sinceramente universale, non chiuso in difesa dei propri diritti esclusivi (veri o presunti), non ossessionato da questioni identitarie e proprietarie, questa è quella cattolica. La parola "cristiani" non ricorre mai, nell’appello della Cei, anche se in queste settimane non sono certo mancati i martiri cristiani, dal Cairo a Islamabad. Segno di uno sguardo più alto, inclusivo e non esclusivo, che porta i cristiani a sentirsi parte di un’unica dolente umanità, e non a proporsi come la parte più meritevole di essa. Negli ultimi giorni è circolato il testamento spirituale di Shabhaz Bhatti, il ministro per le Minoranze del Pakistan, cristiano, assassinato il 2 marzo dai terroristi islamici. Un passo diceva: «Quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro». Senza chiedere tessere o certificati o dichiarazioni di fedeltà. È tutto lì.Uno spirito di abnegazione che non resta confinato nell’intimo degli animi o nella preghiera ma che sul "terreno", nella sfida quotidiana, si manifesta come elemento di fondamentale importanza. In larghe porzioni del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa i cristiani sono il vero collante della società. L’elemento che non esita a farsi lievito per far crescere ipotesi di reciproca tolleranza e convivenza. La preghiera di domenica 13 marzo è un altro dei ponti che la Chiesa cerca di lanciare sul vuoto delle guerre, delle ingiustizie, delle mortificazioni che ancora affliggono fin troppi popoli. Una preoccupazione che non ha bandiere se non quella del riscatto di tutti gli uomini, qualunque sia il colore della loro pelle, il nome del loro Dio, la natura della loro sofferenza. Pensiamo anche questo: che cosa potrebbe succedere, se una giornata simile non fosse proclamata solo dalla Chiesa cattolica?
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