domenica 12 febbraio 2012
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Confesso una reale fatica a trasformare in uno scritto la ricchezza e la profondità dell’esperienza vissuta nel servizio pastorale in casa di cura con le persone che mi sono state donate come pazienti, operatori, volontari, collaboratori ma soprattutto amici e testimoni di profonda umanità. Desidero semplicemente evidenziare alcuni elementi di gratitudine per quanti mi hanno donato di imparare ad avere uno sguardo più acuto su ciò che tocca le ragioni della vita e quindi anche della morte. Sono grato per le persone incontrate, per tutti coloro che mi hanno offerto la ricchezza del loro cuore, il sincero pentimento e il desiderio di riaccostarsi ai sacramenti della grazia del Signore anche dopo molti anni. Noi siamo persone, e lo siamo sempre, e non individui perché senza il legame con un tu il nostro io non sussiste. Abbiamo un’impronta comunionale, non siamo stati creati per bastare a noi stessi, per essere soli. La vera morte dell’uomo è il vuoto intorno a sé nel momento della prova, il sentirsi giudicato inutile dagli sguardi superficiali e stolti di chi dimentica che la domanda di senso, di verità e di amore rimangono sempre. La persona ridotta a individuo, scisso dai legami con gli altri e con Dio, viene costretta a vivere all’interno di forme individualistiche che rendono sempre più precari e fragili i rapporti umani. Sono grato per l’esperienza del limite: niente come la sofferenza umana e la morte mette in evidenza il fatto che la vita è un mistero che non ci appartiene: l’uomo non può auto-possedersi così come, nella sua origine, non può auto­chiamarsi all’esistenza. Le realtà della sofferenza e della morte educano continuamente la coscienza dell’uomo a riconoscere che la realtà non è fatta da sé, non è costruita dall’uomo stesso. L’esperienza della finitezza, al contrario della pretesa di voler misurare da soli il proprio essere, può diventare l’occasione che consente di ammettere che nella vita vi è un mistero che non è costruito né a disposizione di nessuno. Sono grato a tutti coloro che mi hanno testimoniato che la risposta al desiderio del loro cuore non l’hanno affidata a ipotesi anche formalmente raffinate, e hanno rifiutato ogni risposta, anche la meglio intenzionata, se consiste in parole fini a se stesse. Sono grato a chi mi ha testimoniato, in vario modo, che la propria domanda di senso l’ha affidata non a un una teoria ma al Signore Gesù Salvatore di ogni uomo. Cristo non ha elaborato nessuna teoria per spiegare l’esistenza della sofferenza e della morte, Egli ha imparato «l’obbedienza dalle cose che patì» (Ebrei 5, 8-9) e ha attuato un’opera di Redenzione in forza della quale ogni patimento riceve luce. Per questo la risposta cristiana al mistero del dolore e della morte non è una spiegazione ma una Presenza. Chi non ha ragioni per vivere difficilmente ha ragioni per morire. Alla disperazione di chi nella vita vive per niente, si oppone la libertà del Signore Gesù che, per amore nostro, è libero di morire per tutti. La grande verità che il Signore ci ha rivelato è che la vita è un dono e si realizza come dono, è fatta per essere donata e non trattenuta. E anche la malattia e la morte non sono estranee a questa libertà di riconoscersi e viversi come dono a sé e agli altri. Sono profondamente grato anche a tutti coloro che mi hanno testimoniato la vita come vocazione e missione. La bellezza di me e delle persone che mi sono affidate si rivela dentro rapporti e volti senza i quali non riuscirei a stimare fino in fondo me stesso e gli altri, la mia e loro unicità, le mie e loro capacità, e riconoscere in pace i miei e altrui limiti. Nella trama di rapporti di cui è fatta la vita in ospedale, attraverso le nostre piccole e grandi persone, ci è data la libertà di riconoscerci come volti che introducono al rapporto con il Signore.
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