mercoledì 21 settembre 2016
Affettività e sessualità, come insegnare a fare famiglia. Guardare alla natalità con una prospettiva più ampia. (Luciano Moia)
Fertility Day, serve anche un piano educativo
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Dopo molte leggi contro famiglia e matrimonio, ecco il 'Fertility Day'. Come dire, dopo il deserto riservato alle politiche familiari – quelle autentiche, che non sono né assistenzialismo né misure contro la povertà – ecco in lontananza una piccola oasi. Benissimo, anche per la grammatica delle scelte politiche, quelle che potrebbero costruire davvero un futuro migliore per tutti, non è mai troppo tardi. Chi ha avuto la curiosità e il coraggio di addentrarsi nelle circa 140 pagine del piano messo a punto da una commissione di importanti luminari della medicina, con la supervisione del ministro Lorenzin, avrà notato una dettagliata descrizione delle cause dell’infertilità maschile e femminile, e un’altrettanta nutrita serie di consigli sanitari e comportamentali per prevenire il problema. Tutto molto tecnico, molto scientifico, molto deterministico. Del tipo, «se continui a fare così, quelli saranno gli effetti deleteri. Se invece modifichi il tuo comportamento, avrai possibili benefici sul funzionamento del tuo apparto riproduttore». Un vademecum di sanità pubblica necessario, senza dubbio, che, al di là di tanti approfondimenti medici, con un linguaggio specialistico inaccessibile ai più, non si nasconde gli obiettivi di fondo. Cercare cioè le cause dell’infertilità e indicarne i rimedi, anche con la speranza di risollevare il nostro deprimente indice di natalità. S correndo le pagine qualche perplessità però spunta. Non tanto, come detto, sul rigore scientifico dello strumento, quanto sulle persone a cui è diretto. In altre parole, sperare di avviare un serio programma di educazione alla sessualità e all’affettività – perché di questo si parla – con un volumetto di 140 pagine diffuso dal governo, senza preoccuparsi di pensare in modo più mirato ai destinatari di quei contenuti e all’accoglienza che potrà essere riservata a quei consigli, appare operazione almeno un po’ velleitaria. Dice il saggio: distribuire canne da pesca va bene, ma prima occorre insegnare a pescare. E, soprattutto, spiegare perché. Questo è il grande snodo che non viene affrontato. Quali ragioni dovrebbero indurre i nostri giovani a prestare attenzione ai loro comportanti igienico-sanitari in materia di esercizio della sessualità se nessuno ha voglia, tempo, capacità, pazienza di accompagnarli a scoprire le ragioni profonde delle loro scelte? Pensare che un adolescente si preoccupi della propria futura fertilità vuol dire ignorare il magma di sollecitazioni contrapposte e disorientanti in cui sono immersi i nostri ragazzi. E, in questo magma, la famiglia con figli non è propriamente il modello più ambito. L a denatalità però non è un fenomeno casuale, che spunta all’improvviso in un dato momento della nostra postmodernità. Ha cause precise, inequivocabili. Deriva dalla disgregazione della famiglia. Dalla crisi di un certo modello di coppia. Dal crollo del numero dei matrimoni. Dalla costante impennata di separazioni e di divorzi dell’ultimo trentennio. Da un quadro socio-culturale che sembra congegnato in modo perfetto per rendere sempre più difficile la vita alle famiglie che persistono in questa vecchia, desueta pratica dove l’amore si lega alla generatività, alla fedeltà, alla gioia dell’impegno reciproco a tempo indeterminato. Deriva anche dall’assenza di politiche familiari mirate. Ma, se non ricomponiamo tutto il resto all’insegna di un atteggiamento condiviso e favorevole nei confronti del far famiglia, non saranno né nuovi asili-nido né permessi più larghi per l’allattamento, a risolvere l’inverno demografico. Se non riusciamo cioè a ristabilire il paradigma dei valori, se non troviamo le parole per rispiegare ai giovani che solo la solidarietà tra le generazioni assicurerà loro un domani meno incerto e meno conflittuale, non basterà certo un manuale scientifico sulla salute riproduttiva – pericoloso e ambiguo neologismo – per voltare pagina. Certo, progettare un piano educativo per spiegare i fondamenti di amore e sessualità – cioè le ragioni stesse delle vita – è molto più complesso e difficile. Innanzi tutto occorre capire cosa proporre e chi investire di questa responsabilità. Le famiglie? Tante, soprattutto quelle con figli adolescenti e preadolescenti, avvertono l’urgenza di adeguare capacità di intervento e conoscenze per incidere in modo positivo sulla formazione dei propri figli, bombardati a ritmo incessante da messaggi fuorvianti, da esempi deleteri, da tutta quella sottocultura del 'vietato vietare' che domina social, web, vecchi e nuovi media. I genitori, quelli che non si stancano di impegnarsi nel più difficile mestiere del mondo senza adeguarsi alla rischiosa banalità del pensiero dominante, sanno che apparire convincenti ed efficaci agli occhi dei figli è tutt’altro che agevole. S pesso non bastano né parole né esempi. Occorre la volontà di non fermarsi, di sperare oltre ogni speranza. C’è, fortunatamente, chi ci riesce. Ma bisogna anche ammettere, e purtroppo le statistiche sono lì implacabili a ricordarcelo, che le famiglie sono sempre più sole in questo compito immane. Cresce il numero dei nuclei che, loro malgrado, si arrendono al rischio dell’irrilevanza e che finiscono quindi per spaccarsi. Il quadro educativo allora si complica e spesso, al di là di ogni buon proposito, diventa difficile se non quasi impossibile presentare ai figli proposte coerenti e impegnative, soprattutto nell’ambito della sessualità e dell’affettività, quando i genitori per primi evidenziano un profilo di fragilità. Lo racconta l’esperienza dolorosa di tanti padri separati a cui, tra l’altro, spesso non è più neppure consentito occuparsi del futuro dei propri figli. Non esistono ancora ricerche credibili sulle scelte familiari e generative dei figli di separati e divorziati, ma i pochi specialisti che hanno deciso di occuparsi di questo tema scomodo e politicamente scorrettissimo, sono convinti che gli esiti, prevedibilmente negativi, si vedranno solo tra qualche decennio. P er aiutare questi genitori, per regalare loro quella fiducia educativa che in troppi casi hanno smarrito, serve allora un progetto ambizioso, ben più complesso e articolato di un vademecum scientifico sulla fertilità. L’equazione potrebbe essere questa: basta leggi contro la famiglia, più interventi a sostegno dell’impegno educativo dei genitori. Anche di quel-l’esercito di genitori separati, i cui ruoli appaiono oggi ancora sbilanciati da leggi che andrebbero profondamente riviste. Urgente poi coinvolgere la scuola, certo, liberandola finalmente dai tentacoli comunque insidiosi delle gender theory e impostando progetti sereni e non ideologici in cui i genitori abbiano la possibilità di intervenire da comprimari accolti e ascoltati. Speriamo che le linee guida del comma 16 della 'buona scuola', più volte annunciate e più volte rimandante, vadano in questa direzione. Ma non si possono neppure dimenticare quelle agenzie educative che, in questi ultimi anni, hanno mostrato capacità propositiva e intuizioni innovative proprio nell’ambito dell’educazione alla sessualità e all’affettività. Pensiamo alle tante associazioni impegnate nel progetto 'Immischiati a scuola' avviato dal Forum delle associazioni familiari. L e idee ci sono, i progetti anche, i risultati – soprattutto laddove l’ente pubblico ha avuto il coraggio di affidarsi alla vivacità dell’associazionismo – non sono mancati. È troppo chiedere al governo un gesto di coraggio e di libertà, valorizzando tutta questa ricchezza con un grande piano finalizzato all’educazione all’affettività e alla sessualità in cui famiglia, scuola e associazionismo siano finalmente protagonisti? Sarebbe una scelta davvero controcorrente, ce ne rendiamo conto ma, rispetto agli altri provvedimenti varati in ambito familiare – tipo divorzio lampo o unioni civili – molto più incisiva e più proiettata a costruire un futuro per i nostri figli. E per quelli che verranno. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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