mercoledì 8 novembre 2017

L’Italia vara la flat tax per attirare i Paperoni stranieri, il Portogallo attira i pensionati di tutta Europa non facendo pagare loro tasse, i paradisi fiscali interni alla Ue (Irlanda, Lussemburgo, Malta, Cipro) fanno accordi speciali per favorire l’insediamento di imprese sul loro territorio abbassando all’inverosimile il prelievo fiscale. Nel gioco del "rubamazzo fiscale" c’è sempre qualche Paese che pensa di essere più furbo degli altri. Alla fine, però, nessuno è veramente furbo perché, mentre aumenta il lavoro per gli esperti di "efficienza fiscale", in questa ricorsa verso il basso la base fiscale fatalmente si erode e progressivamente ci perdiamo tutti.

Da tempo la parola d’ordine delle istituzioni internazionali e degli Stati è quello di combattere elusione ed evasione fiscale, ma la partita resta molto difficile perché la tentazione di singole nazioni di sfilarsi da un’iniziativa cooperativa e coordinata di contrasto per difendere invece i propri privilegi fiscali resta molto forte. E così quando la Ue ha cercato di prendere l’iniziativa sulla web tax per combattere l’elusione dei giganti della rete, (che fanno fatturato e utili nei diversi Stati, ma li spostano in società che hanno sede in Paesi fiscalmente convenienti) una parte di Paesi membri (Malta, Cipro, Lussemburgo, Irlanda) ha contrastato l’iniziativa. Una svolta che, nel caso dell’Italia, potrebbe portare a regime nelle nostre casse pubbliche fino a 5 miliardi di euro in più.


Due notizie di ieri s’inquadrano perfettamente in questo contesto e confermano le difficoltà dello scenario. La prima è il mancato accordo tra Paesi membri sul pacchetto presentato dalla Commissione europea per il contrasto all’evasione dell’Iva nelle frodi sulle transazioni che avvengono tra un Paese membro e l’altro (ci sono ancora due nazioni che si oppongono). La seconda sono le nuove rivelazioni sui Paradise Papers (la lista di potenti che evadono o eludono il fisco spostando le proprie ricchezze in patrimoni gestiti off-shore, cioè fuori dalle giurisdizioni fiscali nazionali) che si aggiungono a quelle di qualche tempo fa dei Panama Papers. Potenti che prima di ogni cosa cercano di non pagare le tasse e poi, al massimo, ci fanno omaggio della loro beneficenza.

Elusione ed evasione fiscale non sono un problema da poco, ma la vera e propria contraddizione su cui l’economia globale rischia di saltare. L’autoassoluzione indulgente dei ricchi e la minimizzazione del problema delle ingenti diseguaglianze è sempre stata legata alla teoria della "ricaduta benevolente", quella che Francesco aveva severamente criticato nella Evangelii gaudium attirando su di sé gli strali di alcuni addetti ai lavori e la critica di "mancata conoscenza dell’economia." Secondo tale teoria, le diseguaglianze non sono un problema perché le ricchezze degli otto uomini più ricchi del pianeta –- che mettono assieme un patrimonio pari a quello della metà più povera del pianeta (più di 3 miliardi e mezzo di persone) – "sgocciolano" a valle attraverso le loro scelte di consumo e di investimento nei Paesi in cui producono reddito. In realtà l’evasione e l’elusione fiscale sono il motivo principale per il quale la "teoria dello sgocciolamento" non funziona neanche come compensazione a posteriori per le diseguaglianze. Questo perché, come argutamente ricordava il nobel Stiglitz qualche tempo fa «i soldi dei ricchi che dovrebbero sgocciolare verso il basso (trickle down) stanno evaporando al tiepido clima dei paradisi fiscali».

Insomma, la globalizzazione e l’attuale fase di innovazione tecnologica che aumenta la ricchezza globale (con il Pil mondiale in crescita), ma la concentra nelle mani degli innovatori, è compatibile con la giustizia e la pace sociale solo in presenza di un sistema fiscale globale efficiente che tassa il nuovo valore creato, lo redistribuisce e lo trasforma in domanda diffusa che crea nuovi lavori evitando lo spettro della disoccupazione tecnologica.

Il famoso slogan «pagare meno ma pagare tutti» vale oggi sia per il fronte nazionale sia per quello globale. Ci vuole uno sforzo ordinato e coordinato per ottenere un risultato a livello planetario. O almeno all’interno della Ue che, se vuole che gli Stati aderenti rispettino i vincoli di bilancio pubblico, deve mettere d’accordo quegli stessi Paesi membri su una forchetta contenuta di aliquote, chiudendo i propri meccanismi interni di elusione fiscale dovuti a una malintesa concorrenza fiscale.

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