mercoledì 18 agosto 2010
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Un altro attentato a Baghdad, come quasi ogni giorno nel Paese. Anche se purtroppo l’attacco suicida di ieri mattina è stato particolarmente sanguinoso, facendo strage di aspiranti reclute per le forze armate nazionali. Sessanta i morti, dilaniati da un attentatore suicida, assieme ai soldati schierati per proteggerli. Molti di essi si trovavano là spinti dalla disperata ricerca di un lavoro, una delle tante piaghe di questo Iraq che non riesce a trovare una sua stabilità.È un segnale inquietante, soprattutto in vista del ritiro delle truppe combattenti statunitensi, previsto per l’ultimo giorno di agosto. Una data decisa da tempo -  si era alla fine della presidenza Bush -  che nessuno (a Washington come a Baghdad)  può o vuole cambiare. Per Obama il ritiro delle truppe dall’Iraq, da completarsi alla fine del 2011, è qualcosa di non rinegoziabile: troppi i fantasmi del passato e troppe le crisi ancora aperte per aver voglia di interessarsi ancora all’Iraq. E gli umori dell’opinione pubblica statunitense, esasperata da un decennio di sanguinose guerre dai risultati sconfortanti, non incoraggiano revisioni delle scadenze a suo tempo concordate. Neppure la classe politica irachena, che dalle elezioni dello scorso marzo cerca inutilmente di formare un nuovo governo, può permettersi di chiedere formalmente agli americani di mantenere le truppe combattenti più a lungo.Il ritiro di decine di migliaia di soldati quindi, il 31 agosto, ci sarà. Ma la verità è che il Paese non è pronto. Né lo sono le forze di sicurezza. Al di là dei numeri sbandierati sui soldati "combact-ready" e sul numero di battaglioni, le forze armate sono totalmente dipendenti dal punto di vista della logistica, del coordinamento di comando, della tecnologia. E sulla fedeltà al sistema costituzionale di molti dei soldati arruolati è lecito nutrire dubbi. Terroristi e nemici del nuovo sistema istituzionale lo ribadiscono accentuando la loro pressione, come hanno sempre fatto in occasione di ogni passaggio di consegne negli scorsi anni. Per loro è fondamentale dimostrare che il governo di Baghdad non è capace di garantire sicurezza senza la presenza attiva di truppe straniere. Un governo quindi nelle mani degli stranieri. Al contrario, per il primo ministro al-Maliki è fondamentale dimostrare che il Paese è sufficientemente sicuro e stabile; per quanto dolorosi e sanguinosi, gli attentati sono "il colpo di coda" di un progetto insurrezionale fallito. Del resto al-Maliki non ha da vantare altri successi: in Iraq acqua e luce sono ancora un bene fornito solo per poche ore al giorno in troppe città. la disoccupazione devasta la vita quotidiana delle famiglie. la corruzione è rampante. Il sistema politico sta dando una penosa prova di sé, con i partiti incapaci di raggiungere un accordo sul nuovo governo, paralizzando ogni decisione strategica e allontanandosi sempre più dal Paese reale.È di questa situazione che profittano gli attentatori, spesso sostenuti da troppi vicini invadenti. Certo i gruppi jihadisti attivi non hanno la capacità di far ripiombare il Paese nelle spaventose violenze dei passati anni dell’anarchia, ma possono profittare di una degenerazione dell’attuale crisi politica per allargare le diffidenze e le conflittualità fra le varie comunità etno-religiose, sperando in una frattura interna alle forze di sicurezza. È per questo che la classe politica nel suo complesso deve comprendere come un compromesso per spezzare l’impasse istituzionale sia ora fondamentale: un nuovo governo non risolverà magicamente i problemi e le tensioni fra le diverse comunità e partiti, né darà risposte subitanee agli infiniti problemi degli iracheni. Ma sarebbe un segnale che, soldati americani o meno, l’Iraq sta lentamente procedendo sulla strada di una normalizzazione. L’alternativa è che, con la partenza delle forze Usa, lo spettro di una nuova guerra civile e di una frammentazione del Paese divenga uno scenario realistico.
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