venerdì 9 aprile 2010
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Da viale 1° maggio al Duomo, dall’accoglienza dei pellegrini alla Sindone, è poco meno di un chilometro. Il tempo necessario per spegnere la fantasia e accendere il cuore, resettando la ragione sul vocabolario dei sentimenti. Perché il telo che avrebbe avvolto Cristo non è una reliquia come le altre ma uno specchio. Riflette la Passione di Gesù, certo, ma accanto c’è spazio anche per le ferite, quelle con la effe minuscola che ognuno ha dentro di sé. Anzi proprio in quei segni di violenza così disumana è scritta tutta la nostra sofferenza di piccoli uomini. Ma serve tempo per capirlo, e silenzio. Sono gli ingredienti del breve tratto che i fedeli percorreranno a piedi verso il luogo dell’Ostensione. Tra loro tanti, tantissimi torinesi, con l’atteggiamento di chi va da un vicino di casa, il parente che ti abita accanto e proprio per questo visiti solo nelle feste comandate. Non è laicismo o disincanto ma la consapevolezza di una presenza fedele, mista alla paura che ti prende quando sai di doverti guardare dentro. Perché la Sindone ti interroga, ti sbatte in faccia il dolore innocente, è il racconto di una morte che solo la Risurrezione può far accettare.Mentre guardi quel volto rigato di dolore e sangue ti viene quasi da invocare la fine della sofferenza perché il male stanca anche quando non ti colpisce direttamente. E invece quel dolore è tuo, nostro. Nella penombra rarefatta che circonda il telo luminoso, davanti agli occhi passano le tragedie grandi e piccole dei nostri giorni, denunciate senza urlare com’è nello stile dei torinesi. «La Sindone – disse Giovanni Paolo II il 24 maggio 1998 – è immagine del silenzio. C’è un silenzio tragico dell’incomunicabilità, che ha nella morte la sua massima espressione, e c’è il silenzio della fecondità, che è proprio di chi rinuncia a farsi sentire all’esterno per raggiungere nel profondo le radici della verità e della vita». Davvero è così. Nel silenzio di quel telo, risuona l’invito a superare l’effimero, a immergersi nell’immenso presente di Dio. Per questo ci dovremmo domandare non tanto se la Sindone è «autentica» cioè se ha avvolto davvero Gesù deposto dalla croce ma perché il Padre ce l’ha donata. Una risposta che solo il cuore, non la scienza può dare.Ma nei torinesi un altro quesito alberga da sempre: perché proprio qui? Perché la reliquia ha terminato la sua corsa, ha concluso le sue mille peripezie proprio a Torino? Verrebbe voglia di rispondere, per quel «sacro» distacco che rende unica la città, lontana, almeno in apparenza, da ogni illogico fanatismo. Ma sarebbe riduttivo. Perché i torinesi sentono loro la Sindone. Soprattutto l’hanno sentita propria quando hanno rischiato di perderla, nell’incendio del 1997. In quella notte d’aprile il lino poteva essere distrutto per sempre. C’era il fumo che saliva e l’angoscia che cresceva nei cuori delle gente che a piccoli gruppi, con discrezione, si ritrovava davanti al Duomo con la cupola del Guarini danneggiata dalle fiamme. Poi, l’anno dopo, l’Ostensione, da record per durata e anche per partecipazione «torinese». Bisognava ringraziare il Signore per il pericolo scampato, c’era da ritrovare un amico. Lo stesso testimone di dolore e Risurrezione che da domani racconterà la Passione di Gesù a migliaia di suoi «concittadini». Per riconoscerli basterà cercare tra i pellegrini quelli più concentrati e pensierosi.No, non sarà distacco ma una forma di rispetto e di amore verso Chi si è offerto volontariamente per la nostra salvezza. Sarà un modo per riprendersi il tempo. Quello necessario a spegnere la fantasia per far parlare il cuore.
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