È proprio ora di risposte
venerdì 18 febbraio 2022

Di una giustizia «da riformare senza paure» scrivevamo nel luglio dello scorso anno, in concomitanza con la raccolta delle firme per i referendum ammessi (cinque su sei) mercoledì dalla Corte costituzionale.

Nessuna paura – aggiungevamo a commento dell’accusa dell’Associazione magistrati ai promotori, di voler «chiamare il popolo» a giudicare i giudici – perché non si tratta di materie sulle quali la Costituzione (e i princìpi che ne derivano, come dimostrano i solidi 'no' su droghe e omicidio del consenziente) esclude il ricorso al referendum. Allora le riforme del processo civile, del processo penale, del Csm e dell’ordinamento giudiziario erano appena in cantiere. Nel frattempo, però, le prime due sono state approvate dalle Camere e sono in via di attuazione, mentre il testo che racchiude le altre due è stato varato pochi giorni fa dal Consiglio dei ministri e andrà al vaglio parlamentare senza 'blindature' da parte del governo.

La condizione data rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità per i partiti politici e per i loro (e nostri) rappresentanti in Parlamento. Un «pungolo» a fare, come titolavamo ieri in prima pagina, anche se sconcerta non poco il fatto che ci sia bisogno di stimoli esterni per spingere in avanti un provvedimento da tutti considerato necessario. Non solo perché, come già detto e ripetuto dal presidente della Repubblica Mattarella e dalla ministra della Giustizia Cartabia, occorre arrivare 'a dama' entro le prossime elezioni del Csm, in programma a luglio, per evitare che l’organo di governo autonomo dei magistrati si rinnovi con regole invecchiate sotto i colpi del correntismo togato.

Ma anche perché (qui sta la sfida e qui l’opportunità), approvando quella riforma il Parlamento potrà anticipare alcune risposte ai quesiti referendari, con le maggiori garanzie fornite da un processo di costruzione normativa rispetto alla mera sottrazione che scaturisce dall’eventuale successo di referendum abrogativi.

La riforma Cartabia, infatti, già prevede candidature individuali di magistrati al Csm per arginare il potere delle correnti, obiettivo che vuole raggiungere il quesito referendario sull’abolizione delle firme per candidarsi. Lo stesso può dirsi per la partecipazione di 'laici' (avvocati e docenti universitari di materie giuridiche) alle sedute dei Consigli giudiziari per la valutazione professionale dei magistrati, sia pure in modalità 'depotenziata' rispetto all’intento referendario. Quanto poi alla separazione tra giudici e pm, va ricordato che già l’originario ddl Bonafede, ripreso ed emendato dall’attuale guardasigilli

Cartabia, riduce il passaggio da una funzione all’altra a due volte nell’intera carriera. Resta la legge Severino, provvedimento anti-corruzione varato nel 2012 sotto il governo Monti. Il quesito ne chiede l’abrogazione, ma già da tempo i sindaci e i governatori sollecitano la cancellazione della sospensione dalla carica per gli amministratori locali dopo una condanna in primo grado, a meno che si tratti di reati gravi. Alla Camera è già stata presentata qualche mese fa una proposta del Pd che va in tale direzione e che inciderebbe sull’attrattiva del relativo referendum sugli elettori.

Almeno un po’. O forse un altro po’, perché il quinto e ultimo quesito riguarda l’esclusione della carcerazione preventiva per il pericolo di «reiterazione del medesimo reato» purché non si tratti di crimini violenti, di mafia o di eversione. E in un Paese come il nostro, dove il giustizialismo gode da sempre di ampie simpatie a destra come a sinistra, pare difficile che sia proprio questo il referendum in grado di mobilitare gli italiani verso il raggiungimento del quorum della metà più uno degli aventi diritto al voto, indispensabile per rendere validi i risultati.

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