venerdì 10 novembre 2017

I presidenti Carter e Sadat e il primo ministro d’Israele erano a Camp David, negli Stati Uniti, cercando una via di pace in Medio Oriente. La speranza nella riuscita di quel Convegno era forte, perché la gente, gli inermi specialmente, non ne potevano più. Il premier Begin faceva riecheggiare gli antichi, e mai interrotti, lamenti del suo popolo che si sentiva ancora abbandonato da Dio, ma, nello stesso tempo, apriva al raggio luminoso delle parole di Isaia: «Può forse una mamma dimenticare il proprio bambino, così da non commuoversi per il frutto del suo seno? Se anche ci fosse una donna che si dimenticasse, io, invece, non ti dimenticherò mai» (Isaia 49,14-15). Era il 10 settembre 1978 e papa Giovanni Paolo I, di cui ieri è stato autorizzato dal papa Francesco il riconoscimento delle virtù eroiche, così pregava all’Angelus domenicale in una corrispondenza corale: «Anche noi che siamo qui, abbiamo gli stessi sentimenti; noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre». Parole piene di tenerezza per il mondo, straziato dalle inutili stragi.

Eppure, furono parole che sollevarono sospetto in qualche benpensante edotto di teologia che gridò all’eresia, ma anche in parte del popolo di Dio abituato a vederLo in un Padre, in un uomo, in un sacerdote e non in una donna, o in una madre. Avevano ragione? Si può o non si può dire che Dio sia anche madre? La Bibbia è ricca di riferimenti a un Dio dalle caratteristiche materne: la Sua tenerezza, i verbi usati per predicare il Suo amore, i membri coinvolti nel suo agire (tra cui le viscere di misericordia), rivelano una natura tradizionalmente considerata materna: «Io sono tranquillo e sereno, come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia» (Salmo 131,2); se l’abbandono a Dio viene vissuto con tanta fiduciosa consegna, tipica del piccino che affonda il viso nella dolcezza delle braccia materne, allora Dio deve essere come una madre! E che dire delle parole rivolte da Dio stesso al suo popolo, figlio visceralmente amato: «Quando Israele era giovinetto io l’ho amato (…) ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare…» (Osea 11,1.4). Chi non vedrebbe in queste immagini la tipica cura di una madre?

Se per maternità intendiamo anche il mistero dell’origine, della cava della vita, del venire alla luce, non c’è cosa più divina di questa; creando, infatti, l’essere umano: «Dio disse: facciamo l’uomo» (Genesi 1,26). Facciamo e non: faccio. Usò una prima persona plurale per rivelare Sé stesso come padre e madre della creatura, unica e sessuata, allo stesso tempo. Una metafora, ma anche un’essenza divina che incarna e trascende la distinzione umana dei sessi. Trascende la paternità e la maternità umane, pur essendone l’origine e l’immagine, per eccedenza d’amore: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 27,10): è il paragone che ogni credente potrebbe fare tra i genitori e Dio.

Un rapporto confermato, dottrinalmente, dal Catechismo della Chiesa Cattolica (239) «conviene ricordare che Dio (…) non è né uomo né donna (…) trascende pertanto la paternità e la maternità umane». Una verità riconosciuta fin dagli antichi Concili, come, ad esempio, quello di Toledo (XI, nel 675), che prendendo le distanze sia dal monoteismo patriarcale, sia dal panteismo matriarcale stabilì che il Figlio fosse generato e messo al mondo de utero patris.

E allora ha ragione Rita Giaretta – una suora orsolina – quando scrive a papa Bergoglio, riaffermando la parola di papa Luciani e rivendicando la presenza delle donne nella Chiesa, che non deve essere solo maschile, visto che Dio non è solo Padre, ma Padre e Madre. Se Dio non fosse madre, Egli dove sarebbe alle radici della nostra memoria, profumate di latte? Se Dio non fosse madre, dove sarebbe là dove i figli sono negati, abbandonati, misconosciuti dai padri? Se Dio non fosse madre, dove sarebbe là dove non c’è altri che lei a uscire presto la mattina per portare a casa il cibo per tutti? Se Dio non fosse madre, chi ci sarebbe a consolare le lacrime dei figli e dei poveri sui territori di fame, di guerra, di vergogna?

Se Dio non fosse madre, dove sarebbe là dove solo mani di donna curano le ferite dei malati e dei morenti, degli innocenti violati? Dove sarebbe Egli per Gesù, là a Nazareth quando non c’era nessun padre di carne per una madre sola? E dove sarebbe per quel figlio solo sulla Croce, che grida: «Padre mio, perché mi hai abbandonato?» se Lui non si rispecchiasse in una madre tenace e torta dal dolore sotto l’obbrobrio del male che fa l’uomo? Grazie a papa Luciani che ha liberato questo grido sonoro e immortale, inno ad un Dio che si è fatto madre per prendersi cura dell’umanità.

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