Il «sogno» di un vescovo. Cristiani e politica: oltre l’eclissi della città


Giorgio Campanini domenica 1 ottobre 2017

Il duplice, articolato intervento del vescovo Gastone Simoni – uno dei protagonisti del rinnovamento postconciliare – ha richiamato la vexata quaestio del rapporto tra cristiani e politica riproponendo il tema, sempre attuale, dell’impegno politico dei cattolici, anche nella forma-partito. Non vi è dubbio che fra le scelte che si presentano ai cattolici impegnati in politica vi sia anche quella di aggregarsi ad altre formazioni o di formare, invece, uno specifico partito di ispirazione cristiana. La storia del nostro Paese rivela che entrambe le strade sono state battute, con risultati sui quali farà luce la futura ricerca storica.

L'intervento del vescovo SImoni parte uno / parte due

Da parte nostra vorremmo invece affrontare il problema a monte (analizzare, sia pure a grandi linee, il rapporto tra cattolici e politica in Italia), a partire dall’ovvia, ma non scontata, constatazione che non vi è impegno partitico se prima non vi è impegno, se non ci si appassiona, dunque, alla vita della città. Ma proprio qui sta il problema. È credibile che siano soltanto atei, agnostici, credenti in altre religioni, coloro – circa il 40 per cento ormai dell’elettorato italiano – che disertano sistematicamente le urne? In quale misura la comunità cristiana nelle sue varie espressioni si è impegnata da venti anni a questa parte, per far crescere l’amore e il senso di responsabilità nei confronti della città? Quanti sono stati i presbiteri che dal pulpito hanno richiamato il dovere della partecipazione politica e dunque del voto (al limite con la 'scheda bianca' che esprime, a differenza del non-voto, una fattiva protesta?).

Da troppo tempo dalle comunità cristiane la buona politica – intesa come servizio al bene comune – è praticamente assente, come attesta il malinconico tramonto di quasi tutte le antiche 'Scuole di formazione sociale'. Le giovani generazioni, in particolare, appaiono spesso del tutto indifferenti, quando addirittura non siano duramente ostili, a tutto ciò che faccia riferimento alla politica: che comunque in alcun modo le interessa…

Perché si faccia politica 'da cattolici', eventualmente in un partito di esplicita formazione cristiana, occorre che i cattolici vi siano; ma ciò quasi mai accade e i pochi credenti che si impegnano in questo campo si sentono isolati, quando non addirittura rifiutati, quasi come 'corpo estraneo' di una Chiesa in tutt’altre faccende affaccendata. Ben sappiamo che non è così: che, con particolare forza dopo il Concilio (la solo citata e spesso dimenticata Gaudium et Spes!), il Magistero della Chiesa ha sempre sottolineato l’importanza e la dignità della politica (della buona politica, si intende).

Ma si tratta spesso di voci nel deserto che sembrano non avere più eco in un corpo ecclesiale tendente a ripiegarsi su se stesso e a lasciare a pochi esperti, o a pochi 'coraggiosi', il compito di affrontare i problemi della società civile, a partire da quelli delle diseguaglianze, delle emarginazioni, delle povertà: problemi che non si risolvono soltanto con l’impegno e la passione di un pur generoso volontariato sociale. Si tratta, dunque, di tornare al Concilio e di riprendere il filo del discorso allora avviato, per lasciare spazio alla buona politica, con la speranza che sorgano,al servizio di essa, 'vocazioni' non meno importanti e necessarie di quelle della vita religiosa.

Giuseppe Dossetti, politico e poi religioso – e dunque nell’uno e nell’altro campo esperto – definiva i politici liturghi di Dio (né si trattava di una invenzione, ma di una citazione tratta dalla Scrittura): coloro che celebrano quella paradossale 'liturgia' che consiste nell’onorare Dio servendo i poveri, operando per la giustizia, impegnandosi per la pace. Soltanto se questi 'liturghi' si moltiplicheranno nella nostra comunità, soltanto allora, si potrà seriamente porre il problema dello sbocco politico, unitario o articolato, di quanti, da cristiani, intendono impegnarsi per il bene comune.

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