domenica 7 agosto 2011
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Nello stesso giorno in cui le Forze Armate degli Stati Uniti patiscono il loro lutto più grave in Afghanistan (31 soldati morti nell’abbattimento di un elicottero da parte degli insorgenti), il debito pubblico americano subisce il più atteso ma non per questo meno grave dei declassamenti, passando dal celeste Triple A al più terreno AA+ nelle valutazioni dell’agenzia (americana) di rating S&P. Immediatamente il responsabile del Tesoro Usa, Timothy Geithner, ha sostenuto che il fatto sia dovuto a un errore di calcolo, mentre i portavoce dei governi di Francia, Australia e Giappone (tra gli altri) si affrettavano a ribadire la loro «piena fiducia» nella solvibilità del tesoro americano. Ci mancherebbe altro, avremmo osservato in altri tempi. Ma in altri tempi queste dichiarazioni non avrebbero dovuto cercare di controbilanciare la durissima presa di posizione di Pechino (il maggior detentore di titoli pubblici degli Stati Uniti, per il 46% posseduti da creditori esteri: erano l’1% nel 1945), che ha accusato gli Stati Uniti di essere «malati di debito» e ha individuato nella «gigantesca spesa militare del Pentagono» la causa prima del deficit Usa. Evidentemente non è così. L’America di Obama non è certo un regime da terzo mondo, in cui il dittatore di turno sperpera risorse in forniture militari mentre i suoi cittadini muoiono di fame. La Cina spende in cannoni, navi e aerei ben di più degli Stati Uniti in termini di percentuale del suo Pil. Oltretutto, una parte rilevante dell’industria tecnologicamente più avanzata degli Usa è di fatto sovvenzionata dalla spesa del Pentagono. No. Il punto è un altro. Ed è che l’economia americana sta mostrando crepe sempre più visibili, in cui a comparti di straordinaria eccellenza fanno da contraltare settori decotti, una rete infrastrutturale decrepita (qualcuno si ricorda ancora i colossali black-out di qualche anno fa, o le condizioni di molte strade e ferrovie degli States?), in cui l’equilibrio dinamico dell’intero sistema era garantito dalla centralità globale della finanza a stelle e strisce.È questa centralità che la crisi globale sta lentamente e inesorabilmente erodendo, mettendo a nudo un imperatore che non si chiama Barack Obama, ma Us Dollar. Il ruolo del dollaro nell’economia mondiale è aumentato di pari passo con la crescita del ruolo politico globale degli Stati Uniti. L’uno ha alimentato l’altro, trasformando una moneta nazionale nella "moneta del mondo", il bene rifugio per eccellenza, la "valuta di ultima istanza", come la guerra ha rappresentato "lo strumento di ultima istanza" per mantenere il potere e l’ordine americano nel mondo. Con un’economia così a lungo in difficoltà e così lontana da vedere qualunque prospettiva di credibile e strutturale recupero, il "costo dell’impero" inizia a farsi sempre meno sostenibile. Qualcosa di simile era accaduto agli inglesi dopo le due guerre mondiali. Ma in qualche modo il deflagrare della Seconda aveva procrastinato le conseguenze della Prima. È possibile che la stessa cosa stia accadendo oggi agli Stati Uniti, che han dovuto incassare persino l’insultante smargaissata cinese (per chiamare le cose con il loro nome) di "un controllo internazionale sull’emissione di dollari", come se l’America del principio del XXI secolo fosse l’Impero Ottomano di inizio XX o l’Egitto del Khedivè della fine del XIX.Appena pochi anni fa, quando George W. Bush decise di scatenare la guerra contro l’Iraq di Saddam, molti chiedevano provocatoriamente che non solo gli americani fossero chiamati a eleggere il presidente della superpotenza solitaria, in grado di decidere della guerra e della pace di tutti e per tutti. Oggi i cinesi ne chiedono l’amministrazione controllata dell’emissione di valuta. Sic transit gloria mundi, verrebbe da dire. La cosa più paradossale è che i talebani saranno convinti di aver provocato loro il declino della potenza Usa, che invece dipende principalmente da ragioni domestiche ed economiche. Sono quelle che faranno decidere un presidente già incline a levare le tende da Kabul il più velocemente possibile ad accelerare questo processo. E sarà la dirigenza di uno dei Paesi più materialisti del mondo a trarne il maggior vantaggio e non qualche stanco epigono di un cialtronesco califfato.
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