giovedì 17 maggio 2018
Mentre si allentano le tensioni con il Nord, Seul prende coscienza del pericolo per lo sviluppo economico rappresentato dal declino della natalità. Gli incentivi non bastano
Bambini a Seul (Ansa)

Bambini a Seul (Ansa)

La Corea del Sud è per molti l’icona dell’Asia che ha saputo modificare se stessa e influenzare il mondo in pochi decenni, partendo generalmente da livelli di sviluppo, reddito e possibilità molto bassi. Anche dalla dittatura e dalla mancanza di diritti per i propri cittadini: non a caso proprio la parte meridionale di una Penisola divisa da una guerra fratricida ha saputo mostrare dalla fine degli anni Ottanta come l’accoppiata democrazia e sviluppo economico possano dare risultati esemplari. Oggi i sudcoreani possono andare orgogliosi per il fatto di essere la quarta economia del continente e la dodicesima globale, di competere dotati di armi affilate con l’antico rivale giapponese e con il colosso cinese, di godere di una qualità della vita non solo superiore a quella di molte altre nazioni asiatiche ma anche paragonabile a quelli delle più consolidate potenze mondiali. Pur con una ferita profonda, quella della divisione dal Nord, che sta mostrando solo di recente deboli ma promettenti segnali di una possibile riparazione, i sudcoreani hanno comunque la palma di una omogeneità etnica senza pari. Una condizione che non solo evita tensioni ma che anche facilita uno sviluppo condiviso in una società che cerca l’armonia pur essendo ancora attraversata da profonde contraddizioni.

In questo quadro positivo, tuttavia, che include anche una rivisitazione in corso delle proprie dinamiche interne e priorità, lo slancio della Corea del Sud rischia di essere minato da una crescita demografica che dal 2000 è al minimo mondiale. Con poche possibilità di recupero, se è vero che nel 2017 il Paese ha visto il numero di nascite più basso della sua storia, 357.700 bebè su una popolazione di 51 milioni di persone. Il calo delle nascite era già stato del 7,3% nel 2016 ed è risultato del 12% nel 2017. Una situazione critica cui si è arrivati nonostante le ripetute manovre governative di incentivi alla natalità. Disoccupazione e difficoltà dei giovani, minore propensione al matrimonio, persistente dipendenza della condizione femminile, insufficienza dei provvedimenti specifici a sostegno di maternità e anziani... sono tutte condizioni che contribuiscono all’appiattimento del tasso di fecondità, ovvero il numero di figli per ciascuna donna in età riproduttiva, che è di 1,2, il più basso tra i 35 Paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e terzultimo al mondo. Tuttavia, tra le ragioni del declino dovuto a quello che è popolarmente noto come 'sciopero dei figli', sondaggi ed esperti concordano su quella principale: i costi della prole. Sono questi soprattutto ad allontanare le donne oppure o a spingerle a posticipare la gravidanza e sovente a ricorrere al congelamento degli embrioni per una futura maternità. Per dirla con un battuta locale: «I figli sono diventati un lusso, come un’auto prestigiosa». In qualche modo un optional.

Come ricorda Daeseong Jeong, direttore dell’Ufficio di Statistica di Gangneung, capoluogo della provincia di Gangwon-do, e tra i maggiori esperti sudcoreani, «laurearsi costa molto denaro e poi non tutto si conclude con la fine dell’università. Anche cercare un lavoro implica costi notevoli. Penso che la ragione prima all’origine di un atteggiamento di esitazione nei riguardi del matrimonio da parte di molte donne, così come per la maternità, sia il denaro». D’altra parte, tra le ombre del 'miracolo coreano', la condizione femminile attuale si inquadra in tre dati negativi, ancora indicati dall’Ocse: lunghi orari di lavoro per cui la Corea del Sud è terza tra i Paesi-membri; primato per lo squilibrio di reddito rispetto ai maschi; nullo o insufficiente tempo concesso agli uomini per la cura dei figli. Una situazione che pone la donna di fronte al doppio impegno, dentro e fuori casa, per rispondere insieme alle necessità economiche della famiglia e all’imperativo della cura dei figli. Il problema è dunque anche culturale. La generazione attuale ha differenti attitudini e priorità, ma i tradizionalisti non mancano di condannare le giovani coppie che scelgono di escludere la prole dalla loro vita, definendone l’atteggiamento come 'egoista' e accusandole di incrinare l’impronta ancora fortemente confuciana della società.

«Il problema principale è che le giovani donne devono cambiare il loro atteggiamento e pensare che devono pure fare qualche sacrificio per questo Paese», si argomenta. Difficile non rilevare l’incongruenza di una società che alla propria parte femminile chiede un ruolo di servizio familiare, ma allo stesso tempo le impone competitività e standard comportamentali ed estetici esasperati, ben lontani da frugalità, riservatezza, modestia. Occorreranno tempo e tenacia per cambiare la situazione, ma anche un’attitudine flessibile e una disponibilità delle autorità a modificare piani inefficaci. Se ad esempio, si rileva nel Paese, si incentivassero i provvedimenti che possano maggiormente coinvolgere gli uomini nella conduzione della famiglia (come con i permessi parentali) anziché biasimare le donne per la scarsa disposizione alla vita familiare, ci sarebbero concrete possibilità di cambiare la tendenza in corso. Inutile infatti, dicono i critici, proporre ai giovani sudcoreani di avere più figli, quando solo dal terzo figlio le coppie hanno diritto a sussidi pubblici.

Con donne che hanno in media il primo figlio a 31 anni e il 40 per cento dei single che non sentono alcun desiderio di avere una famiglia propria, le conseguenze sul piano sociale rischiano di essere devastanti, come ricorda ancora Daeseong Jeong: «La discesa delle nascite e l’aumento dell’aspettativa di vita porterà avere più anziani e il necessario incremento nel welfare associato a una diminuzione della forza-lavoro non potrà che portare a una minore produttività economica». A riprova che il governo di Seul ha presenti i rischi di questa situazione sono gli oltre 70 miliardi di dollari spesi nell’ultimo decennio in campagne per rilanciare le nascite, senza tuttavia riuscire finora a produrre un’inversione di tendenza. Come in altre realtà – la Cina popolare, ad esempio – anche se in un contesto ideologico ed economico diverso, la Corea del Sud ha disincentivato per anni la nascita di nuovi cittadini dopo un periodo di rapido incremento successivo al 1946. Tuttavia l’avvio di programmi di controllo demografico dal 1966 ha portato i sudcoreani a superare di slancio in pochi anni i piani governativi, favoriti anche da una economia cresciuta in modo superiore alle aspettative garantendo possibilità prima insospettate ma anche incentivando l’occupazione femminile. Dall’approvazione nel 1973 della legge che consente l’aborto in casi speciali si è registrato anche un gran numero di interruzioni di gravidanza: sia per la selezione sessuale a favore dei figli maschi, sia come conseguenza della campagna che ha incoraggiato per qualche tempo «un figlio solo, ma meglio allevato». Una politica che ora presenta il suo conto.

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